venerdì, 20 novembre 2009
Poiché la poesia si può scrivere di rado, e non di propria voglia,
per coercizione intollerabile, e con la sola speranza
che buoni, non cattivi spiriti ci abbiano come strumenti.
(Czeslaw Milosz, Ars poetica?, La città senza nome, 1968).
La parola è il pianeta che rende possibile ogni cosa.
(Maurizio F., pag. 17)
Ercolani e Frisa hanno le carte in regola per compiere questo lavoro, avendo già pagato dazio e gabella per proseguire sulla strada già intrapresa con Anime strane (Milano, Greco & Greco, 2006). Lì, cronache reali di “matti” curati in prima persona o conosciuti indirettamente da documentazioni cliniche prendevano corpo e sostanza. Ora, quella strada viene percorsa sino in fondo. Ercolani e Frisa hanno dovuto attraversare, inevitabilmente, il sublime poetico della follia, che in Anime strane reclamava i suoi diritti sottilmente e gentilmente. Ora il demone parla, non si limita più a suggerire. Le voci, e le voci di “coloro che sentono le voci”, questa volta parlano in prima persona. Ercolani e Frisa hanno pagato dazio, dicevamo. Il loro non è né sciacallaggio letterario né documentarismo tecnico-scientifico con velleità letterarie. Si tratta invece di una scrittura necessaria, di un atto dovuto e in risposta a un obbligo, non solo di testimonianza, quanto di un riconoscimento della potenza dirompente della vita e dell’arte, che, come ormai sappiamo grazie a Dubuffet, è lì dove non sospetteremmo mai che sia. Il valore di quest’opera, in un’accezione molto più ampia, quindi, del suo senso letterario, è attestato dal pudore del terapeuta-scrittore e dal bisogno di ricorrere alla collaborazione di una poetessa per maneggiare questo materiale magmatico che non si raffredda mai, un pudore onestamente dichiarato e la cui soglia è necessario sia superata per compiere legittimamente un lavoro come quello che viene qui presentato. Storie eccentriche, inclassificabili, la cui divulgazione è resa possibile dalla certezza che, senza un narratore, sarebbero sprofondate nell’«oltraggio del silenzio», vengono così alla luce.
In questo lavoro c’è la realtà. Quella vera. La raltà parla. Ma è una realtà consapevole, in qualche modo – e, soprattutto, in qualsiasi modo – dei propri confini. Ecco perché questo libro si può usare in diversi modi. Come l’I Ching, si può prendere a sorte una pagina, e quella pagina ci rimarrà appiccicata addosso. Ma la voce non ci dirà il futuro. Ci può dire di un presente dilatato sino all’estremo, a ricoprire passato e futuro in un abbraccio asfissiante, un presente che ci è comune, a tutti, nel quale, tutti, siamo. Oppure si può farne un uso alla Jodorowsky, come se fossero tarocchi – una pagina una carta – e chiedere agli arcani. Allora le voci parlerebbero, ancora una volta, di noi stessi, di un’umanità occupata a sbranare e divorare il tempo, a tracciare parabole nei cieli e aprire sentieri nel divenire. Ne andrebbe fatto un uso sociale, letto nei salotti (che parola demodé, oggi si direbbe piuttosto: soggiorni, stanze ormai spente di vita), di sera, al posto del rito catodico-plasmatico. Un uso rituale, si, ormai quasi inesorabilmente perduto ogni respiro che possa dirsi tale, non mancando a queste pagine un certo arreton, né mistero, né una dimensione, se non mitica, per lo meno archetipica.
E invece, piccole epifanie si manifestano al momento di voltare ogni pagina. Ogni voce che parla strappa il fondale del palco su cui agiscono tutte le eziologie del Diagnostic Systemic Manual. Ma ha poco senso usare questo libro come quadernetto di esercizi psichiatrici. Gli squarci al fondale dipinto rivelano mattoni, cemento, ferro, e, al di là dell’inorganico, materia vivente e pulsante che per un istante si avvicina alla visione estrema della vita, e un attimo dopo ce ne allontana, di colpo. Barlumi. Lampi dal temporale nella notte della vita.
Niente di queste parole proferite dalle voci raccolte con pietosa cura da Ercolani e Frisa ci è estraneo. Ne siamo coinvolti. Come spiegare altrimenti quello sbigottimento, quella sospensione a ogni pagina voltata, che ci impediscono di usare questo libro come una lettura lineare e letteraria? La ragione abita da un’altra parte. Abbiamo torto. Abbiamo tutti torto. Le voci ci abitano, pervadono tutti i recessi lasciati deserti da una ragione che è evaporata, svanita (se c’è, appunto, è, sempre, da qualche altra parte). Queste voci sono basso continuo, stream of consciousness, introspezione quotidiana, pensiero dialogico borbottato in silenzio. Eco delle nostre sensazioni e percezioni, materiale grezzo da annacquare in sentimenti.
Le voci parlano, indipendentemente dal fatto che siamo in grado di ascoltarle o no, e la semantica dell’abbandono ci introduce sul sentiero dell’abbandono del senso. Il mondo, le cose, parlano; viviamo in un universo di segni; ed è ormai luogo comune: l’uomo dei nostri tempi è immerso nel rumore e nei suoni, incapace di silenzio. Quel silenzio da cui tutte le parole – suoni, rumori, segni, si originano. Non sentiamo più il silenzio, non sentiamo più le voci. Non è una contraddizione. Proprio perché siamo incapaci di silenzio, siamo anche incapaci di ascolto. Le voci a volte urlano, a volte sussurrano. L’orecchio della follia ascolta le voci, anche nel rumore più intenso. Sente quello che gli altri non sentono. Ciò che sarebbe, per natura umana, comune a tutti, ora è rimasto privilegio di pochi. Privilegio pagato a carissimo prezzo, ancor oggi, nonostante tutto. L’orecchio della follia ascolta, ragiona, trae conclusioni. Quelle conclusioni che noi non vogliamo trarre. Che ci porterebbero lontano, troppo lontano. Che ci obbligherebbero a fare cose che non possiamo fare e che infatti non facciamo, standocene protetti e al riparo dalla follia.
Il ragionamento della follia, invece, non fa una grinza. Lo possiamo vedere nei finali dei testi raccolti da Ercolani e Frisa: a volte un sarcasmo, un’ironia; più spesso, una folgorazione. Al riparo, osserviamo il temporale; al riparo, riusciamo a trovare piacevoli i fulmini, ammiriamo a bocca aperta i pericolosi equilibrismi, ben sapendo che non saremo noi a cadere. Perché nel circo del reale c’è sempre, dopo l’azzardo, una caduta. Le voci ci spingono sull’orlo del precipizio, siamo attratti dalla vertigine, forse tentati; poi ci ritraiamo. Ma chi ci parla dall’abisso della follia non si è ritratto, e dall’abisso ha riportato parole di verità. Verità spiacevoli – chi l’ha detto che la verità deve essere piacevole – parole che una volta proferite esigono azione coerente, autenticità estrema, cosa ormai impossibile per noi comuni mortali.
Si maneggi questo libro con una dovuta cura, e un dovuto rispetto. Sarebbe anche auspicabile, accostandosi alla lettura, intraprendere un breve (per i più timorati: anche reversibile) percorso personale di follia: fare silenzio dentro di sé, ascoltare, aprire gli occhi, uscire dalle tenebre alla luce, vedere, raccontare, al ritorno, non solo del pericolo corso, ma di ciò che è stato udito e visto; in una sola parola: vivere.
Su questa strada, nascosta nelle pieghe del reale, ho trovato una piccola verità, una verità che lasciata espandersi può condurre a una morte istantanea o a una vita lunga l’eterna gioia del tempo che ci è concesso (è più facile l’amore della comprensione, l’accoglienza dell’accettazione, fortune comunque immense, quanto rarissime; ma come accettare – cosa, quindi, difficile – questa verità?).
Giustamente, Ercolani parla di «confessioni senza colpa». E non per pietismo assolutorio. Chi è abituato alla poesia, e alla mistica, lo sa: il soggetto scompare, non esiste un soggetto e un oggetto. È questa la verità (una verità) che le voci dicono.
Sottovoce, dicono pure un’altra cosa: non esiste verità. E sono pochi quelli che, essendo stati di là, quella verità hanno avuto la forza di riferircela.
Il reale ha pieghe, quelle che non vediamo, che non vogliamo vedere. Siamo sordi, ciechi e muti. È inutile anche solo pensare di poter levare la nostra voce. Nelle grinze del reale, c’è chi vede, e proferisce parola. Dalle grinze del reale è però difficile trovare ascolto, farsi ascoltare. E dalle grinze del reale alle sue grinfie il passo è breve. Perciò, abbiamo richiesto al lettore cura e rispetto.
Oppure, fate come vi pare. E siate maledetti. Vi è difficile, lo so, posare i piedi su un sentiero individuale di follia. Preferite stare, come sempre, con tutti, tutti insieme, nella via principale della follia collettiva. Quella follia che ci dice che le cose sono state nulla, e torneranno a essere nulla, ma fintanto che esse sono, no; sono nulla nel loro passato e nel loro futuro, quando non sono ancora e quando non sono più. Per Severino, questo è follia, e questo è il pensiero dell’Occidente. Non accorgersi che pensando un tempo in cui le cose sono nulla, si pensa che le cose, in quanto cose, sono nulla (che l’essente, in quanto non niente, è niente). L’Occidente pensa e raggiunge così il culmine della follia (E. Severino, Essenza del nichilismo, Milano, Adelphi, 1972; Gli abitatori del tempo, Roma, Armando, 1978). Follia estrema, alienazione estrema. Pensare che le cose sono niente, e vivere secondo questo pensiero significa pensare che il non-niente è niente. Questo pensiero è l’essenza del nichilismo. L’essenza del nichilismo è l’essenza dell’Occidente. L’Occidente domina, perché volgendosi verso la propria essenza, al tempo stesso se ne mantiene lontano. Non accorgersi è normalità. Ma cosa accade a chi si accorge? La follia collettiva è sanità, quella individuale è patologia, il meccanismo è ormai ben noto, da Durkheim in poi, e non è il caso di insistervi, basti dire che la normalità va a braccetto con la statistica, salvo che non è certo quest’ultima a decidere dove si va.
Quelli che si accorgono. Per loro la vita è dura. Hanno lottato dapprima con loro stessi, con quella parte di loro che voleva non accorgersi. Si sono imposti. Si sono imposti a loro stessi, sino a trovare una verità. Sono però andati oltre, cosa che capita spesso quando per fare qualcosa di difficile è necessario uno sforzo. Dosare questo sforzo è però cosa difficilissima, ed è cosa estremamente vigliacca da parte di chi, come noi, ha deciso di non voler fare sforzo alcuno, deridere l’insuccesso per poco sforzo o reprimere la tracotanza per sforzo eccessivo. Cosa pure difficilissima è abbandonare un pensiero dicotomico, dualistico, comodo quanto si vuole da un punto di vista pratico e operazionale (il punto di vista della techné, e, pure, di molte psicoterapie di approccio comportamentistico, o cognitivo), ma in fondo sempre escludente e limitante. Siamo noi stessi a escluderci e limitarci, a ben guardare, quando escludiamo e limitiamo l’altro. Le folgorazioni che le voci raccolte da Ercolani e Frisa ci provocano potrebbero gettare una luce del tutto nuova sulla realtà e sulle sue pieghe. Sempre per Severino, nel «baleno» appare ciò che noi da sempre siamo e ciò che, nel sottosuolo della nostra coscienza, già da sempre sappiamo di essere: il «centro della terra», la «gioia del tutto». Nella folgorazione «lo sguardo che vede il deserto – che cioè che le cose sono deserto – non appartiene al deserto. Vede anche che l’oasi non si contrappone al deserto, ma che proprio essa, l’oasi, è il deserto che cresce, il frutto del seme che il grande grido della follia ha lasciato nella sabbia». Solo nel baleno della folgorazione, e solo per un attimo, è gettata la luce nel temporale, nella notte della vita. Solo per un attimo, lo sguardo vede: «lo sguardo della gioia sta già da sempre al di là dell’anima dell’Occidente (che ormai è l’anima di tutta la terra). “Noi” siamo il “petto” in cui abitano entrambe e in cui forse si prepara il tramonto della follia» (E. Severino, La strada, Milano, Rizzoli, 1983, 2008).
Forse. Ai più pessimisti tra noi, altrimenti, non resta che sperare che «buoni, non cattivi spiriti ci abbiano per strumenti», e che «la parola […] rend[a] possibile ogni cosa».
Postfazione a:
Marco Ercolani e Lucetta Frisa, Sento le voci, Milano, La vita felice, 2009.
mercoledì, 11 novembre 2009
BckAch.jpg, 2008
martedì, 10 novembre 2009
VerticalityUnveiled.jpg, 2007
martedì, 13 ottobre 2009
E affiorano linguaggi altri: il silenzio, l’assenza, il discorso amoroso, dialogante contro ogni evidenza, come se si trattasse di respiro. E così è.
Nelle soste, si rimane, soli, con la coscienza del mondo.
Emilio Paolo Taormina, Lo sposalizio del tempo, Edizioni del Foglio Clandestino, 2009, 104 pagg, 8 €.
Note di lettura di Massimo Barbaro e Sergio Lagrotteria
mercoledì, 16 settembre 2009
L’unitarietà del frammento. Il frammento è la dimensione che ci rimane, che più ci avvicina al testo. Unica forma ormai possibile. Ci resta ormai poco, dobbiamo fare con poco. E con quel poco si può fare, ancora. Non è più il tempo delle opere, bensì di pulizie di cantiere. Attraversando le pagine di Serie del ritorno, ultimo lavoro di Stefano Massari, ci si imbatte nella polifonia del frammento, una polifonia presente non solo nel dialogo, ma anche nei territori più deserti e solitari della scrittura. L’io scrivente scompare nel testo, e a riemergere, come unica scrittura possibile, è la polifonia del frammento, voci plurali che restituiscono al frammento corpo unico e sostanza, spessore. E niente, a ben vedere, è spezzato.
Solo dicendo la morte è possibile parlare della vita. Ma non è questo l’intento di Massari; non si tratta di parlare della vita. Cosa impossibile, d’altronde, che presupporrebbe un dire tutto… Se davvero dire tutto fosse possibile, non ci scontreremmo contro la difficoltà epistemologica resa molto bene dal vecchio esempio della mappa: posso mappare il territorio, ma devo per forza ricorrere alla scala. La mappa non è però il territorio. E non esistono mappe 1:1, per l’ovvio assurdo: una mappa grande quanto il territorio, se mai fosse realizzabile, non sarebbe di alcuna utilità. Così, l’ipotesi di dire tutto cade nel pozzo dell’impossibilità. Ciò che è detto non solo è rappresentazione (di seconda mano: la realtà – il mondo – lo sappiamo, lo era già a sua volta, originariamente…), ma si dà il caso di un sentire prelinguistico, senza formulazione, privo di operazionalità, e si dà il caso dell’assenza di fondamento del dire, della irriducibile presenza, in ogni detto, dell’implicito, dell’irriducibile alla rappresentazione («che cos’altro è leggere, se non raccogliere: raccogliersi nel raccoglimento, in ciò che, in quel che è detto, rimane non-detto?»; M. Heidegger, lettera a E. Staiger, in E. Staiger, Die Kunst der Interpretation, Zürich, 1955, p. 48). È il non-veduto della vita, dopo che la lingua si è liberata della sua funzione rappresentativa, il non-veduto che arriva a «dire la “nebbia”: allearsi con la parola accanita che vuole parlare alla pietra» (F. Ermini, Anterem, n. 76, 2008, pp. 5-6).
La sintesi è impossibile, all’essenza ci si arriva per sottrazione, l’essenza pertiene al vuoto, una sorta di approssimazione al nulla… Il detto affida la sua ultima possibilità alla Dichtung…
Neanche parlare alla vita – questo invece si, possibile – è un intento che la lettura di Massari ci fa più ritenere praticabile. Perché nonostante la sua accessibilità, è destinato a non avere risposta alcuna, come parlare a un muro.
Stefano Massari apre al fondo di impellenza della musicalità del verso. E decide di farlo in prossimità della morte. Una musicalità ritmica e sonora, non melodica, a tratti atonale, in cui è possibile e auspicabile l’inciampo, in cui è richiesta lentezza alternata ai passi dell’affanno. La costruzione grafica del verso – il suo lavoro poetico, ormai si può cominciare a dirlo, di una vita – oltre a costituire, come insegnano i manuali, una cifra, toglie alla versificazione la responsabilità della riuscita; e dal momento che la bravura da sola infastidirebbe, alla prosodia viene ridato respiro, sul filo dell’asfissia, un attimo prima di sopprimerla per soffocamento. La musicalità del verso, così, non è più artificio. Massari siede lì accanto, invoca, evoca, porta alla luce. Toglie polvere e sabbia che ricoprono la voce, senza aggiungere artificio.
In questo libro è impossibile selezionare, isolare blocchi del testo poetico. Un prendere e lasciare. Della costruzione poetica di Massari si deve prendere tutto e lasciare tutto. Aderire e distaccarsi. Il timeline che attraversa questo testo, di questa morte, è anche il nostro, al di fuori e lontanissimi dall’illusione del time-freeze; siamo qui distanti dal gesto cinematografico, dalla narrazione lineare, e per questo siamo attratti, irrimediabilmente, da questa scrittura necessaria.
Categoria forse abusata; Milo De Angelis fa benissimo a parlare di «urgenza», anche se non sapremmo dire sino a che punto «mortale» (l’urgenza, non basta già?), e di «atto decisivo»; anche nell’inazione estrema, nella paralisi dello sgomento. Si è costretti a fermarsi, finché si sente il testo scorrere via dalle mani a una velocità eccessiva, estrema, irrimediabilmente.
È questo, un albergare in limine, è questo che succede, nelle prossimità della morte? Prossimità plurali. Ma ci riesce facile, dopo tutto, scivolare, lasciarsi scivolare via.
Io non saprei. Leopardianamente, vorremmo non sapere. E invece, c’è per tutti una pagina 56 dello Zibaldone, per tutti una pagina con una citazione di Rousseau lì ad attendere il nostro inciampo: «Tout homme qui pense est un être corrompu». Siamo perduti. Non ci resta che starcene qui, a contemplare la nostra condanna. A contemplare di traverso la carta. Grana e fibre. Ombre e colori anche nel bianco. Il nero, i segni. Arabeschi a rilievo, sculture. Illusoria nettezza. Siamo perduti. Ma poi pensiamo che lo eravamo comunque, perduti, e da sempre. Ci ritroviamo sul bordo del pozzo. Con l’impossibilità del tanto agognato nulla e la permanenza della memoria, la coazione al divenire.
Quella di Massari è una scrittura sul «bordo dei pozzi», voce che raschia nella gola sino a un dolore sordo, all’accenno delle lacrime, alla perdita d’occhio dello sguardo attonito, sempre più incredulo. «Io perdo tutte le parole», «condomini ininterrotti», «fino all’indivisibile fino alla fine del nome», dove «comincia il luogo silenzioso della luce»; «io non so ringraziare solo smetto di colpire». E «la morte che dovevi conservare che dovevi tossire paziente come l’attesa dei laghi».
Stefano Massari, Serie del ritorno, Milano, La vita felice, 2009, pp.121, € 14.
giovedì, 30 luglio 2009
Ma algos vuol dire anche tristezza. Questo è però un altro discorso.
venerdì, 17 luglio 2009
Sarebbe un «omaggio a Thelonious Monk», in realtà è ben di più. Marco è da tempo impegnato a trasfondere la sua ormai pluridecennale pratica professionale psichiatrica nella sua scrittura, lavorando, come dice lui, sul «“nodo” arte/follia»; in questo libro, e nel recital, prendono corpo cronache reali di “matti” curati in prima persona o conosciuti indirettamente da documentazioni cliniche fra il 1982 e il 2005. Lucetta ha lavorato sui testi e ha aggiunto altre storie reali da lei osservate. Insieme alla tessitura pianistica di Fausto, ne è venuta fuori, nel fresco-caldo-umido di un sotterraneo medievale certaldese, una breve quanto intensissima appercezione del sublime poetico. Jean Dubuffet diceva che la vera arte è laddove non ci si aspetta di trovarla. Possiamo ormai essere sicuri che è così. Se il «nodo» dell’autenticità debba essere sciolto, o, gordianamente, debba essere reciso, questo è il problema. Noi tentiamo di scioglierlo, con goffi esiti. Vi è chi non esita a reciderlo. Fulminante, sarebbe non porsi neanche la questione dell’esito, né la questione dell’arte.
Nel microclima indefinibile dello scantinato, si può fare esercizio di inghiottimento delle lacrime, forse inutile, perché nel buio, e con l’aiuto di una sventagliata, potrebbero essere scambiate per sudore.
Tentativi di nuvola
Fa spesso i suoi «tentativi di nuvola», così li definisce. Si affaccia alla finestra, sollevandosi sulle punte dei piedi, allunga il collo, chiude gli occhi, poi, dolcemente, comincia ad oscillare la testa. Finché si dondola con tutto il corpo. Sua madre gli urla di tornare a studiare. Il patrigno si isola nella sua stanza. Il fratello sghignazza. Ma lui, ostinato, continua i suoi «tentativi di nuvola». Agli psicologi che lo interrogano sulla sua infanzia, risponde ridendo: «Io? Mai avuta infanzia. L'avranno quei due uomini e quella donna che mi perseguitano. Io sono leggero. Molto leggero».
Carezza
Vent'anni fa l'hanno trovata in crisi di overdose dentro una macchina, mentre biascicava delle mezze frasi come «sbirri fascisti» e «lotta comunista», e l'hanno sbattuta in carcere. Lì è rimasta tre mesi e sono cominciati i primi deliri persecutori. Ex militante politica, ex compagna di un brigatista, ex tossicodipendente. ex moglie di un contrabbandiere morto ubriaco sotto le ruote di un treno, ora, a quarantasette anni, dopo la rimozione della mammella, è più serena. Le metastasi ossee le impediscono quasi di camminare, ma viene in servizio psichiatrico da sola. Ha smesso di chiedere sigarette, di telefonare in continuazione, di abusare di farmaci, di spalancare le porte delle stanze interrompendo i colloqui. Adesso partecipa a gruppi di auto-aiuto. Riflette sulla sua vita senza lamentarsi più, ogni tanto si siede, incrocia le braccia, comincia pianissimo a cullarsi e si canta una nenia con un filo di voce. Le piace una canzone, Liquefacy, dice che il suo corpo si disperderà al suono di quelle note.
Una volta si avvicina a un medico chiedendo gli una carezza. «Dammela sulla guancia destra», gli dice. Lui esegue. E lei, sorridendo: «La sinistra me la accarezzo da me».
«Il mio pudore nel rendere pubbliche storie eccentriche e inclassificabili che ho raccontato talvolta solo a me stesso, è stato superato dal timore che, in assenza di un narratore, sarebbero sprofondate nell’oltraggio del silenzio». Questo pudore di Marco nobilita l’intento e il risultato, se ve ne fosse bisogno.
Poi si esce – sempre, se ne esce… – la festa, il caos, i momenti rarefatti, il borgo come labirinto, il sopra e il sotto, le mura antiche, il suono, l’arte (ancora…) “minore” che si riprende il suo vero posto. Le soste, qualche carezza di sfuggita. E tra mille, si può trovare, volendo, qualche sguardo di malinconia. Come la pornografia, anche la malinconia è nell’occhio di chi guarda? Ma tanto, fa caldo.
Anime Strane
Omaggio a Thelonius Monk
Certaldo (FI), sotto il ristorante Il Castello
15, 16, 17, 18, 19 Luglio ore 22:45 e 23:45
http://www.grecoegrecoeditori.it/libro.php?libro=343
http://www.mercantiacertaldo.it/
venerdì, 12 giugno 2009
Se un tempo nascondevi allo stolto il nulla dietro l’angolo, ora lo stolto sei tu. Stupito, ma poi non molto, guardi tutto quello che avevi nascosto a te stesso, e non senza un filo di pudore, vedi che è buono. Vedi che intorno a te non solo fiori sbocciano, foglie germogliano, ma persone si aprono e luccicano come gemme, palpebre si sollevano…
E anche tu, incredulo ma mai sino in fondo, tagli il nodo che lega la parola al male. Hai pagato il prezzo. Hai capito che non puoi mescolare, fuori di te, cose che non stanno insieme.
E un barlume si leva come un guizzo. Lo guardi facendo finta di non accorgertene. Ma colmo di contentezza, lo vedi, ripartito, sul volto di tutti, intorno.
Torni a guardare nella distanza tra terra e cielo. Quello spazio che d’ora in poi ti abiterà, che tu hai abitato.
Maggio-giugno 2009
lunedì, 16 marzo 2009
sempre per un soffio all’ultimo
ombre e muffe rintuzzate
every step
a mistake
a slender spot
rincorse spente senza respiri
né anelito
* * *
spento all’ultimo
every slender mistake
a step
d’ombre muffe
sempre rincorse senza un soffio
del respiro rintuzzato
anelito
* * *
sempre all’ultima ombra
rincorse rintuzzate
a slender step
every spot a mistake
respiri di muffe
spento un soffio
anelito
sole a picco e la bocca riarsa
bocconi riverso la faccia contro
pietre e sabbia un infinito
test-operate-test-exit
senza via d’uscita
c’è sempre un tempo del riposo
solitudine estrema l’essere
ai piedi di un albero
tempo del saluto dell’abbraccio
della morte come l’amata
indistinguibile un sogno
dell’alzarsi e del cadere
una forza è una grandezza fisica
che si manifesta nell’interazione di due o più corpi
sia a livello macroscopico
sia a livello delle particelle elementari
che cambia lo stato di quiete o di moto dei corpi stessi
le forze sono le cause del moto dei corpi
possono pertanto
mettere in moto un corpo che si trovava precedentemente in stato di quiete
modificare il movimento di un corpo già precedentemente in moto
o riportare il corpo in stato di quiete
bisogna però tener presente
che un corpo in stato di quiete è comunque sempre soggetto all’azione delle forze
perciò
quando un corpo è fermo
significa che tutte le forze che agiscono su di esso si controbilanciano
e non già che sul corpo
non agiscano forze
l’energia invece
non è altro che la capacità di un corpo o di un sistema di compiere lavoro
per cui
fatemi il piacere
Per: Carovana dei Versi - Poesia in azione, Recital itinerante e corale - Incontri con la poesia edita, Roma-Milano-Varese, 5-21 marzo 2009, promossa da: Commissione Nazionale Italiana UNESCO; a cura di Ombretta Diaferia; info: www.carovanadeiversi.it
venerdì, 23 gennaio 2009
TW #1.jpg, 2007
TW #2.jpg, 2007
lunedì, 10 novembre 2008

La lettura de Il fuoco liberatore, di Pierre Lévy (Le feu libérateur, Paris, Arléa, 1999; tr. it. D. Cova, Roma, Sossella, 2000 e 2006) è una lettura trasformativa. Ma si tratta di qualcosa di ben diverso dalle dozzine di libri in circolazione sulla trasformazione del sé e sul cosiddetto “autocambiamento”. Il lavoro di Lévi affronta piuttosto, e dal di dentro, la tematica della mente emozionale e della scoperta del sé. Conoscendo Lévy per i suoi precedenti lavori sul virtuale, la cybercultura, l’intelligenza collettiva e le tecnologie della conoscenza, si è preparati a prendere le mosse da un contesto filosofico, a respirare aria d’altura e più rarefatta. Ma ci si accorge, sin dalle prime pagine, che i termini e concetti intorno a cui Lévy lavora finemente di cesello, pur essendo possibile la loro lettura in ambito strettamente filosofico, hanno un valore non in sé stessi, ma piuttosto per le loro interrelazioni, i loro accostamenti vicendevoli che si rivelano poi non impermeabili come potevano sembrare a prima vista.
È possibile leggere questo libro tracciando una linea, un percorso che lega i termini chiave – che possono essere differenti, è facilmente immaginabile, in funzione della diversità dei lettori – e le loro ricorrenze e ricombinazioni. Ne risulta una lista di tappe di un percorso che tuttavia, alla fine, non ha punti di arresto. Si tratta, si diceva, di una lettura trasformatrice. Non è possibile restare gli stessi dopo aver letto il Fuoco, in effetti, proprio come non si può mai essere gli stessi quando un fuoco lo si tocca, o anche solo lo si sfiora appena…
Fermare i pensieri, vivere l’istante, essere responsabili, vivere ed essere la gioia, la coscienza, e la presenza della presenza, per citare solo alcune di queste possibili tappe, sarebbero petizioni di principio già scritte in moltissimi testi sul self-improvement o, meglio ancora, sulla meditazione, ma lì possono addirittura rivelarsi urtanti e fastidiose, come spesso accade, specialmente se si ha qualche, legittima, remora a sbarazzarsi del proprio percorso e vissuto culturale. Anche e soprattutto se si sa già che è proprio quella la strada: sbarazzarsi...
Nel fuoco, le troppo facili e petulanti esortazioni anti-intellettualistiche (a volte, più astratte delle stesse astrazioni contro le quali sono puntate) cessano anch’esse di essere petizioni di principio, e i concetti si svestono dei veli dello charme illusorio dei pensieri. Con un procedere che non può che essere aforismatico, un incedere da pensatori, e non da filosofi, Lévi ci porta al fondo stesso del pensiero, un fondo agito dalla nostra stessa vita emotiva; qualcosa di molto prossimo al quel «pensare senza pensieri» di cui parlava Dōgen Zenji.
Il modo di vivere l’esperienza, leggendo questo libro, e dopo averlo letto, comincia ad essere differente. E la cosa più sorprendente, una volta finito, è la netta sensazione di dover ricominciare da capo. Non solo perché questo è un libro da rileggere e su cui ritornare. Ma perché la trasformazione, di cui si diceva, ha senso proprio in quanto pratica trasformativa; nessun conseguimento, ma qualcosa che occorre riprendere, ripercorrere, riattraversare; che in definitiva ha senso solo nel suo compiersi. Nessun traguardo, infiniti percorsi per giungervi. Se mai una cosa simile è possibile.
Nel Fuoco, la differenza. È nel fuoco che la si può trovare. Tentare, almeno.
«All'età di dieci anni andavo a scuola con la chiave di casa perché tornavo prima dei miei genitori, che a volte lavoravano fino a tardi. Una sera d'inverno, arrivato davanti alla porta di casa, cercai la chiave senza trovarla. La casa era isolata. Scendeva la notte. Non avevo la chiave. Aspettai davanti alla porta. Un'ora, due ore, tre ore. I miei genitori non tornavano. Iniziai a pensare che non sarebbero mai più tornati. Mi misi a piangere. Mi sentivo molto solo, abbandonato, esiliato, sventurato. Alla fine arrivarono i miei genitori. “Perché piangi? mi chiesero; siccome abbiamo visto che avevi dimenticato la chiave, abbiamo lasciato apposta la porta aperta”. Spinsi la porta. Era aperta. Non mi era nemmeno passato per la testa di provare ad aprirla senza la chiave.
Volevo raccontarti questa storia prima di cominciare, per dirti che so che tu non hai la chiave. Nessuno ha la chiave. Nessuno l’ha mai avuta. La chiave non serve. La porta è aperta. Entra in casa tua» (pp.18-19).
giovedì, 30 ottobre 2008
Cosa che non si è mai vista. Ma fidiamoci di Erodoto. Spostàti che sentono il bisogno di fondare, rifondarsi su colline rare, di prendere nuovo nome, nominare la terra. E con quel nome battere moneta. Messàpia. Terra che doveva essere davvero vuota se a un giorno di cammino più in là i greci si fanno un’altra patria, e templi per i loro dei.
Niente si sa, sempre, di chi c’era prima, del sangue intriso nella terra, del bene tolto, di maledizioni e i loro effetti.
Nato in una capitale e cresciuto in un’altra, rivali, distanti poche miglia una dall’altra, nulla so della maledizione del mio sangue, se non che si dice vàrvaros, in greco e poi in latino, per dire estraneo.
Estraneo è sempre l’altro, mai sé stessi.
Se non che mi è parso troppo arido il suolo amato da Federico, imperatore e re poeta, falconiere ed esoterico.
Che, altrove, sono divenuto estraneo, vàrvaros a me stesso, a vecchie foto di duelli in punta di spada arbitrati da un nonno in baffi e divisa. Che a casa suonava la chitarra.
Per:
land | lab 01/008
la sincerità impossibile
laboratorio di scrittura e antiscrittura autobiografica
Esercitazione: Antenati
Quattro incontri condotti da Giancarlo Sissa
Bazzano (BO), Libreria Atlante, 7,14,21 e 28 ottobre 2008
Progetto dell’Associazione Culturale SecoloZero
Organizzazione e coordinamento: Irene Bartolini, Stefano Massari
lunedì, 20 ottobre 2008
RenOnce no. 2.jpg, 2007
RenOnce no. 1.jpg, 2007
martedì, 07 ottobre 2008
Quotidie III.jpg, 2007
Quotidie II.jpg, 2007
venerdì, 08 agosto 2008
sole a picco e la bocca riarsa
bocconi riverso la faccia contro
pietre e sabbia un infinito
test-operate-test-exit
senza via d’uscita
c’è sempre un tempo del riposo
solitudine estrema l’essere
ai piedi di un albero
tempo del saluto dell’abbraccio
della morte come l’amata
indistinguibile un sogno
dell’alzarsi e del cadere
trova una spiegazione al vento
ai giorni abbarbicati
al disincanto greve
del sorriso spento
dì di fermarsi a chi attraversa
il mare di trovarsi
in gioie ormai minori
per tutte quelle volte inconfessate in cui
tu sei annegato
ancora a letto
i passi per le scale
chissà perché l’idea
che vieni da me
ognuno ha il suo pensare
eppure ancora oggi
il giorno è messo in terra
e sei passata
per un bacio svelto
di saluto
(Inediti, 2008)
Per:
Poesia A Strappo: Sogno
Crema, Porticato di Piazza Duomo, 13 e 14 settembre 2008
Info: Circolo Poetico Correnti - www.correnti.org - Tel.: 338 6200033
lunedì, 21 luglio 2008
[…] Il sorgere di civiltà nell'area mediterranea (Egitto, Creta, Mesopotamia e in seguito Grecia e Roma) creò le basi per la scoperta di tutti gli altri colori e di tinte più brillanti rispetto alle ocre.
Così dal mondo minerale arrivarono nuovi pigmenti […], i blu (Blu Oltremare, Na8-10Al6Si6O24S2-4; Blu Egiziano, CaCuSi4O10, Azzurrite - 2CuCO3·Cu(OH)2). Tra i pigmenti antichi, sicuramente tra i più nobili sono da considerarsi Cinabro e Blu Oltremare: la loro presenza era sempre indice di ricchezza.
[…] Il Lapislazzuli o Blu Oltremare naturale, ha attraversato tutta la storia dell'arte fino al XVIII secolo, per essere poi sostituito a partire dal 1828 dalla sua versione sintetica nota come Oltremare artificiale. Esempi dell'uso di Blu Oltremare vanno da oggetti preziosi presso gli Egizi ai manoscritti illuminati medioevali agli impressionisti (Monet, Pissarro, Renoir). Il suo impiego in opere pittoriche è indice di alto tenore di vita da parte dell'utilizzatore o del committente. Nel tardo Medioevo era riservato al manto della Vergine, e il suo utilizzo era descritto a parte nel contratto firmato dal pittore.
(Maurizio Aceto, Chimica Analitica per i Beni Culturali, Dispensa del Corso di Laurea in Studio e Gestione dei Beni Culturali, Università del Piemonte Orientale, Facoltà di Scienze M.F.N., Sede di Alessandria, s.i.d.)
~
127610 Azzurro
127637 Viola Blu
127641 Blu di Delft
127643 Cobalto Scuro
127647 Celeste
127651 Blu Prussia
127652 Blu Ftalico Scuro
127653 Blu Pavone
127654 Turchese
127656 Verde Azzurro
127657 Indaco Scuro
127620 Oltremare
(Dal listino Faber-Castell, Acquerello stick)
L’assoluto è nel relativo.
La consapevolezza è il passato che si ripiega sul presente, e poi il futuro che si ripiega, ancora, sul passato e sul presente, ripiegati. Il mio presente è spesso, pesa di passato, ed è leggero di futuro, in quello che sono il peso di ciò che sono stato si alleggerisce.
E guardo queste nuvole sospese, passare sul canto del mare, a picco lì sotto, l’ultima luce. E questo bacio.
orto delle pagine
colgo i frutti del giorno
Valerio Magrelli, Ora serrata retinae, 1980
io invece cerco
tra rinfuse di parole
e ne trovo
che mi dicono
pescare carte nel mazzo
e non vedere
significato alcuno
mare tempo di bilanci
sempre differiti
cesura della vita invalicata
e corpi sempre nelle statiche
dell’abbandono
occhi si aprono nell’acqua
senza vedere
confini dell’azzurro delle lacrime
provvista dell’aperto di sole
del distacco necessario di propositi
messi accanto
alla distanza massima dell’orizzonte
sempre riempiendo il cuore della geografia
mobile delle nuvole
anche stare ore davanti
a una pagina bianca non sarebbe male
– cosa fai? – scrivo –
sempre opponibile e all’incalzare
– ma quanto hai scritto? – niente –
è pur sempre una risposta
che si bagna nel vero
scrivere niente non male
neanche questo anche questo
è scrivere pur sempre
Dovrebbero ormai esserci pochi dubbi sul fatto che l’eros sia costituito in misura preponderante di spirito.
Ma è un gioiello riposto in cattive mani. Affidato alla fisicità non va oltre, raggiunge il punto massimo, usa la materia al limite delle sue possibilità. Il che non è scontato, e si sente ogni volta che è una fortuna. Ma raggiunto il limite, il corporeo si arresta – anche se non di colpo, e anche questa è una fortuna – non lasciando altro all’eros che un guardare oltre. Questo è dello spirito: stare oltre, oltre dove si sta, senza per questo negare quello stare. Lo stare è la componente fisica dell’eros; lo stare oltre, quella spirituale. Stabilirne la misura è oltre modo difficile (meglio, come sempre, accettare la sommatoria di tutte le possibilità). Ancora peggio, tentare di spiegarne la loro convivenza.
Ma lo spirito è, probabilmente (e, ovviamente, è stato), molte altre cose. La fisicità è il punto iniziale dell’eros, la spiritualità ne sarebbe il punto terminale, del quale però non si vede l’estremità. Solo l’estremo, nella spiritualità, è visibile, ma in rare occasioni; se ne vedono solo le emergenze. Ad esempio nell’estasi, che tuttavia molto conserva della fisicità.
L’eros è la prima forma di contatto con la spiritualità, la sua prima scoperta per il tramite dell’esperienza. Altrimenti, non resta che pertinenza della filosofia (altro discorso per la religione, che ne fa terreno per l’esercizio del potere o, nelle sue rare forme più elevate, spazio per il superamento del terreno).
Ma sorge pesantemente il dubbio se davvero lo spirito, nel suo procedere, si allontani dalla materia. Se lo spirito è inconseguibile, è perché lo si ricerca altrove, lontano dalla materia. Che in fondo è l’unica a toccare lo spirito, a contenerlo, a rinchiuderlo al suo interno, come costituente della fisicità. Visti dall’interno della fisicità, spirito e materia sono coestensivi, e non è più questione di proporzioni, né di punti iniziali e terminali.
Se la materia è spirito, se si guarda allo spirito nella materia, l’eros, solo allora, smette di guardare oltre, smette di guardare. Lo spirito smette allora di stare oltre, e sta dove sta.
L’Uno nel Tutto. Il Tutto nell’Uno. Io non riuscirò mai a farlo. O forse si. Nella mia morte, l’Uno (io) si dissolverà nel Tutto degli atomi che fanno il mio corpo e che, dal quel momento in poi, si dissolveranno in qualcosa d’altro. Ma come fa il Tutto a entrare nell’Uno?
Lo spirito non esiste. Esiste solo il fiato. Questo fiato. Questa voce che esce e muove appena l’aria. Questa voce muta. Aria spinta dal corpo. Nella morte, questo fiato si ferma. Smette il suo dire.
Allora, nel silenzio che si crea, il Tutto entra nell’Uno. Che non è più. Proprio nel momento in cui smette di essere.
…
In silenzio, aspettare la morte.
Nella morte, nel punto di contatto tra essere e non-essere, l’unione (erotica) del corporeo e dello spirituale. (E l’eros smette finalmente l’inganno del suo asservimento alla vita). Nella morte – oltre la morte, al di qua della morte – l’Uno nel Tutto, il Tutto nell’Uno.
questa mia vita
un affresco
che non asciuga mai
[Inedito, luglio 2008]
venerdì, 11 luglio 2008
Il testo comincia sottotono, con considerazioni spicciole da innamorati, il tempo, il tempo che non basta mai, eccetera.
Si lo so
Amore che io e te
Forse stiamo insieme
Solo qualche istante
Poi, subito, a tradimento, arriva una gemma da qualche decina di carati, buttata lì, tra ciottoli e foglie secche, come un tappo di bottiglia…
Zitti stiamo
Ad ascoltare
Il cielo
Alla finestra
Così, almeno, il testo sui repertori in Rete. Avrei preferito, metricamente, «Zitti / stiamo ad ascoltare / il cielo alla finestra», a voler ricalcare il peso del silenzio; oppure «Zitti stiamo ad ascoltare / il cielo alla finestra», perché poi, in fondo, il silenzio non è quasi mai disgiunto e distinguibile dall’ascolto. E d’altra parte, cantate, le frasi non sono affatto slegate, non danno alcuna impressione di frammentarietà.
Ascoltare il cielo zitti. Un cielo alla finestra. Riquadrato. Limitato. Dalla finestra, ci si può sporgere, nonostante tutto – Ne pas se pencher au dehors, si leggeva una volta su una targhetta applicata ai finestrini dei treni – ma il cielo è sempre, inesorabilmente, una parte di cielo.
Ascoltandolo – zitti – tuttavia, il cielo rivela le sue parti nascoste.
Questo mondo che
Si sveglia e la notte è
Già così lontana
Già lontana
Fin qui canta la Brightman, bella, grandi occhioni azzurri, con una melodia e un incedere della voce che ricorda inspiegabilmente l’Oriente. Un Oriente un po’ pucciniano, qualcuno direbbe. Ma l’Oriente, in Toscana, non può che suonare così. Sarah Brightman piega il calore della sua voce e lo torce per infilarlo nelle pieghe e nelle angolosità della lingua italiana. Un esotismo all’incontrario…
Poi entra lui, possente come al solito, come se l’alba, mai evocata, ma qui al suo momento, arrivasse di botto, come arriva di botto il calore del sole sulla faccia, come il gesto del toccare. Una manata. Un pugno nello stomaco.
Guarda questa terra che
Che gira insieme a noi
Anche quando è buio
Guarda questa terra che
Che gira anche per noi
A darci un po’ di sole, sole, sole
Terra. Sole. Tutto si è consumato in troppo breve tempo. Non funziona così, l’alba. Ma il testo, a suo modo, si: dalla notte appena consumata siamo precipitati in piena solarità del giorno. Sarah è la notte, Andrea il giorno. Luce che cade sulle cose della terra. E terra bisognosa di calore.
Pugno nello stomaco. Sotto la cintura, dicevo; in realtà, allo stomaco nella boxe è permesso. In musica dovrebbe essere invece vietato.
La terra. Bocelli è un chiaro esempio di terra nel sangue. Per chi ha sinora sempre guardato alla terra come a qualcosa da cui ci si allontana, per chi ha sempre pensato alle terre, piuttosto che alla terra, l’effetto è straniante. Terre diverse. Si, la terra è una, ma l’uomo, dal suo primo passo calcato, ha cominciato a dividerla, a misurarla. A farne abuso sin da subito. I piedi restano sempre sulla terra (stare coi piedi per terra…), ma dalla terra si può anche guardare il mare. E lo sguardo va oltre la terra. Eterotopia, già. Il Canto della terra di Bocelli fa sentire invece la terra risalire e mettere radici nelle vene, per il semplice fatto di poggiare i piedi per terra. E fa avanzare il dubbio se, in questa terra che può essere capace di fermare l’oltre, non sia il caso di fermarsi. Di fermare l’allontanarsi dalla terra. Di ritornare alla terra, e farlo per tempo, prima di esserne costretti – individualmente o collettivamente – com’è poi naturale che sia. Di tornare a sentirsi, una buona volta, figli della terra.
Forse qui non si tratta, allora, solo della questione dell’uso del sentimento. Uno studio condotto dal Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences ha recentemente evidenziato rilevanti differenze nella percezione della musica eseguita elettronicamente, e la stessa musica suonata da esecutori umani. Lo studio, condotto dal dottor Stefan Koelsch e colleghi, ha tratto le conclusioni dall’esecuzione e dall’analisi di una serie di brani del repertorio classico. Durante l’ascolto, sono stati registrati i segnali provenienti dal cervello e i valori di conduttività elettrica della pelle riscontrati su venti diversi soggetti, che hanno reagito, ad esempio, ad accordi inattesi o cambi di tonalità, il che per i ricercatori ha indicato che i cervelli stavano recependo la “grammatica musicale”.
Durante l’esecuzione dei pezzi eseguiti da musicisti “umani”, i segnali dei cervelli sono risultati più intensi e definiti: «È stato interessante per noi rilevare che le reazioni emozionali agli accordi inattesi erano molto più forti quando venivano eseguiti con espressione musicale. Ciò dimostra come i musicisti possano amplificare il responso emozionale su determinati accordi, proprio grazie alle loro performance, e spiega come il nostro cervello reagisce alle performance di altri individui», ha spiegato Koelsch (http://www.physorg.com). All’ascolto dei musicisti il cervello è più ricettivo nella ricerca del significato musicale. Le risposte a un’esecuzione interpretata con espressione sono quindi molto più significative, ed emozionali.
Ecco allora che la questione del sentimento assume una diversa dimensione. Per quanto riguarda il sentimento, che è il lato oggettivo e cognitivo della percezione, ognuno è responsabile del proprio. E l’esecutore (o l’autore) non è da ritenersi responsabile di ciò che provoca. Dell’espressione, invece, si, ma qui siamo al di fuori dell’ambito della responsabilità, e più nel territorio dell’interpretazione. Nella terra dell’arte, appunto. Senza nulla ovviamente togliere alla pari (se non maggiore) legittimità all’arte inespressa, questo è anche il motivo della persistente validità della musica “colta”; la classicità della composizione è sempre separabile dall’interpretazione, e l’interprete ha lo spazio per dimostrare la sua forza.
È quello che fa Bocelli. Dimostrazione di pura forza. Ma anche, a volte, come in questa, di forza pura. E inoltre, come del resto la stessa Brighton, dopo aver scompigliato generi e classificazioni, essendo riuscito a creare, quasi nel nulla, uno spazio per quella sua voce, in territori di frontiera, in quello che si esiterebbe ancora a definire classico-pop…
Con la mano premuta sullo stomaco dolorante, si ritorna volentieri all’ascolto del jazz, della musica contemporanea, e perfino della “fredda” elettronica. Ci manca solo che la terra si metta a cantare…
giovedì, 03 luglio 2008
nel martello e nell'incudine
nel chiuso della nostra stanza
in realtà
il tempo non dovrebbe rompersi
come un orologio
qualsiasi?
e lentamente eterna labile
serenità di cui vorrei far dono
la mano va a cercare
la traccia del calore il segno
nel letto
appena ti sei alzata
(Inediti, 2008)
Per:
Poesia A Strappo: Relazione
Terzolas (TN), 26-27 luglio 2008
Info: Circolo Poetico Correnti - www.correnti.org - Tel.: 338 6200033
mercoledì, 25 giugno 2008
Quotidie I.jpg, 2007
venerdì, 20 giugno 2008
Outer.jpg, 2007
lunedì, 26 maggio 2008
Masters&Servant.jpg, 2007
mercoledì, 14 maggio 2008
Eccoti il deserto. Ma tu ricordati il cammino fatto, per uscirne. Non ti accompagnerò; perché dal deserto, se mai si torna, si torna da soli. Non sono io che ti ci porto. Io non sono.
Non c’è nessuno.
Eppure, vedi com’è affollato? Solo nel deserto puoi vedere punte di arcobaleno che si toccano, qui solo puoi davvero dubitare e davvero avere certezze. Se hai la forza di resistere, troverai anche certezze nel dubbio, e dubbi nelle certezze; la forza di fissare il sole senza accecarti, di guardare la notte senza perderti. Nuvole di giorno, stelle di notte.
Oltre la sorgente. Puoi accorgerti che in un attimo hai bruciato tutta una vita possibile e le possibilità di una vita. In quell’intensità, riesci a vedere l’indistinzione di quello che hai vissuto e di quello che non hai vissuto? Una vita è durata un attimo. Non è stata. Ma, in un attimo, è passata. Non ti è passata solo davanti. Hai attraversato la fiamma. Non è stato un avvicinarsi, sentirne il calore, un resistere, e un ritrarsi. Entrando nel fuoco, hai conservato l’integrità. Uscendone.
Non aver vissuto ti sembra forse meno di aver vissuto?
Io non ci sarò. Nel deserto, se mai si entra, si entra soli. Io vivo qui. Da un’altra parte. Io qui sono, io non sono.
(Da: Empito, inedito, 2008)
Per:
Festival CremonaInPoesia - Poesia A Strappo: Mutazione
Cremona, Piazza Duomo, 5-8 giugno 2008
Info: Circolo Poetico Correnti - Tel.: 3394439848 - 037386560 - poesie@correnti.org - www.correnti.org
lunedì, 12 maggio 2008
SETTE INEDITI PER CREATIVA 2008
sprinkling tangling
sharply uttering to the uttermost
shadows falling
as a
serenity to be lost
fuori lo sguardo cerca riparo
nelle sfumature d’inizio
del caldo
è la primavera la prima
dal cambiamento
una quiete
sorda – ma non cieca
alle minacce del tempo
pezzo di pane
lasciato su un muretto
per le formiche
fine tragitto della volontà
occuparsi ora del gesto
riponendo in un angolo
la sicurezza falsa
del voltare pagina
cominciare ora
a costruire
il ripostiglio delle parole
sempre
ora
subito
e il verso dei corvi risuona
allo schiocco delle ghiandaie
la luce inclina
un samsara sibilato tra i denti
perdono per la carta sprecata
una vita
intera di parole
non dette
(2007)
Per:
CREATIVA 2008 - Incontro per l'autoproduzione artistica e culturale
Comune di Rignano sull'Arno (FI) - Associazione Oltre i Limiti
Rignano sull’Arno, 23-25 Maggio 2008
http://www.rignano.org/Creativa%20Sito/index08.htm
e come se nulla ormai
fosse dato
al limitare degli occhi
un respiro tolto un grano
alla collana spoglia
della vita trattenuta
Per:
Giornata Mondiale della Poesia
Promossa dalla Commissione Nazionale Italiana dell'UNESCO
Carovana dei Versi - Abrigliasciolta - IV Edizione
a cura di Ombretta Diaferia
Chiostro di Voltorre (VA), 15 marzo 2008
www.carovanadeiversi.it
lunedì, 21 aprile 2008
«Ho scoperto che basta a volte una sola nota ben suonata o una pausa. Quest’unica nota, questo momento di silenzio mi calmano».
(Arvo Pärt)
Tout est indicible et toutes choses veulent parler. Apocalypse sonore.
(E.M. Cioran, Le livre des leurres, Paris, Gallimard, 1992, p. 165.)
Jón Þór Birgisson, chitarrista e lead vocal del gruppo islandese dei Sígur Rós, spesso canta in hopelandic (islandese: vonlenska), una lingua inventata che Birgisson usa, come si trova scritto nel sito internet del gruppo, «before lyrics are written to the vocals».
Qualunque cosa ciò voglia dire, questa formula ha una indubbia attrattiva. Chi, anche per poco, o poco seriamente, indulga nel sentirsi poeta, dovrebbe riflettere sul fatto che non è tanto di gorgheggi che qui si tratta, quanto sul fatto che le parole della poiesis, quella che «ditta dentro», siano cosa altra rispetto all’espressione, per la quale è necessario tutto un lavorio di traduzione e resa, tale da nobilitarne la rinuncia.
La parola è una trappola. Minerale inganno liquido. Anche alle parole bisogna applicare la misura del “qualunque cosa ciò voglia dire”. Occorre alleggerirsi del significato, sprofondare nel significante. La poesia è tale solo se è polisemia, se è chi legge a completare il lavoro del poeta, che si limita a prestare un petto per una risonanza silenziosa che non si sa da dove provenga, che finirà sulla carta. Sulla carta, questa risonanza finisce la sua corsa. Chi legge non ravviva un grumo morto, è proprio lui a farlo nascere, e solo in quel momento. Rinchiuso nella stretta del “che significa”, il poeta dapprima sbuffa, poi, rassegnato, soffoca la poesia dentro di sé. Perlomeno tenta; non riuscendovi, più probabilmente si limiterà a strappare foglietti. La poesia resta allora empito inespresso, respiro corto che a volte ci si ricorda di allargare, visione triste e distaccata sul mondo delle cose.
La musica non ha queste complicazioni. Tutto ciò che si può esprimere in quanto poeti è il rimpianto per non aver cominciato a studiare solfeggio, per davvero, a cinque anni.
Questa assenza di complicazioni e molti altri motivi alimentano l’interesse nel lavoro dei Sígur Rós. Non è tanto l’attrazione per la voce, la terra e il paesaggio di un nord algido, per una distante dimensione di vita comunitaria e su scala “locale”, che potrebbe essere un bell’esempio di convivialità sociale e una soluzione non poi utopica, ma purtroppo considerata tale, alla catastrofe ecologica incombente. Il lavoro musicale dei Sígur Rós ha, diciamolo subito, un che di spirituale (qualunque cosa ciò voglia dire).
Qualunque cosa ciò voglia dire… È forse proprio da questa difficoltà del dire, del dire la dimensione spirituale che occorre partire, dal vuoto, dal posto che occupa il silenzio nella dimensione dello spirito, dalle difficoltà del silenzio. La fine della traccia 4, senza titolo, come tutti i brani del disco dei Sígur Rós del 2002 intitolato semplicemente ( ), contiene 36 secondi di silenzio. Superando il facile parallelo con il ben più famoso brano 4’33” di John Cage, costituito interamente di silenzio, i 36 secondi della traccia 4 di ( ) sono invece più vicini ai 20 secondi di silenzio alla fine di Tabula rasa (1977) di Arvo Pärt. In Tabula rasa, il silenzio è proprio “scritto” nella partitura, in assenza di scrittura, ovviamente, con tanto di pentagramma vuoto, e la serietà dei direttori d’orchestra nei confronti del compositore estone si può misurare proprio nel rispetto o meno dell’indicazione scritta. Non si tratta qui, è facile comprenderlo, soltanto di una questione di fedeltà filologica. Quel silenzio, proprio come il silenzio della spiritualità, è fondativo e fondante.
Il lavoro sulle pause e sul silenzio, sulla lentezza e sulla lunga durata, sull’uso della voce e dei testi da parte di Birgisson ci fa nascere il proponimento di leggere la produzione musicale dei Sígur Rós proprio alla filigrana dell’opera di Pärt. Questi ragazzi poco più che ventenni hanno esordito nel 1994, ma hanno cominciato a ricevere riconoscimenti di pubblico e critica a partire dal 2000. Hanno pubblicato sinora cinque album e un remix: Von (Speranza, 1997), Von brigði (1998), Ágætis byrjun (Un buon inizio, 1999), ( ) (2002), Takk... (Grazie..., 2005). Il loro ultimo lavoro, Með suð í eyrum við spilum endalaust (Con un ronzio nelle orecchie noi suoniamo senza fine, 2008), di recente portato in tour anche in Italia (con un impianto audio non all’altezza della situazione, per la verità), è stato registrato presso gli Abbey Road Studios di Londra, e segna forse il passaggio ad una notorietà più ampia. Sempre nel 2008 è apparso un commovente doppio DVD dal titolo Heima (Patria, 2008), che documenta una serie di concerti gratuiti e spesso non annunciati, offerti in Islanda nel 2006, dopo un anno di trascorso in un tour internazionale: «a-vevamo viaggiato in lungo e in largo per il mondo e volevamo tornare in Islanda per poter dare gli ultimi concerti qui. […] Ci sembrava la cosa più giusta da fare, cioè andare in giro […] nei vari paesini, per la gente del posto. […] Quella era la nostra idea, in un certo senso: dare qualcosa in cambio».
La musica dei Sígur Rós è essenziale, post-minimalista e post-elettronica – se proprio occorre inventare etichette –, e spirituale, almeno per una sorta di afflato, in grado di insufflare la speranza che l’arte (in senso lato, qualunque cosa ciò voglia dire) sia ancora in grado di dare almeno la visione (l’illusione?) del superamento del ripiegamento dello sguardo, del tra-guardamento. Poco importa se questa ipotetica dimensione spirituale sia dichiarata, come nella ricerca di Pärt, o inconsapevole, o, piuttosto, spirituale per se, come nel caso dei Sígur Rós. Entrambe le direzioni, anche se distanti, sono post-contemporanee, verrebbe da dire, se ciò non costituisse un controsenso – tutto essendo contemporaneo e niente potendo sfuggire alla contemporaneità. Questo sproposito deriva da un senso di superamento. Pärt è contemporaneo quando abbandona la dodecafonia e volgendosi indietro al canto gregoriano forgia il tintinnabulum. Il tintinnabulum di Arvo Pärt è la creazione non ipertrofica di elementi musicali a partire da una formula semplice (ad esempio una triade, o una scala), una eliminazione di dati inessenziali, una coazione “ascetica” a ridurre, prosciugare; siamo proprio sull’altra faccia del minimalismo, quella che guarda la lezione del gregoriano (“l’arte di combinare due o tre note”) e che accarezza l’utopia di una musica “silente”, perseguita a migliaia di anni luce di distanza dall’anarchico Cage. Contemporanei sono anche i Sígur Rós, non solo perché si sono appena affacciati sulla scena internazionale e per la difficoltà di classificare il loro genere musicale, ma per il loro sound sporco, per le distorsioni intenzionali sulle frequenze alte dello spettro acustico, le dissonanze, l’utilizzo di materiale ai limiti dell’udibile, dei pianissimo e degli ex-abrupto, che a volte spuntano dal nulla (come nel brano Sæglópur, traccia 6 di Takk, 2005). Non suoni blasfemo accostare il tintinnabulum del compositore estone ai carillons dei Sígur Rós, proprio perché, come sotto il freddo del loro paesaggio islandese è celato un fuoco vivo della terra, sotto una prima crosta superficialmente visibile nella loro musica c’è tutta una cura per la risonanza, per la densità dei tessuti connettivi tra un movimento e l’altro, per quello che c’è prima e dopo la musica. Per una riprova, il brano 18 Sekúndur Fyrir Sólarupprás (18 secondi prima dell’alba, e 18 secondi effettivi della traccia), nel disco Von (Speranza), del 1997: sembra un riempitivo o un’introduzione, in realtà è un’opera compiuta. D’altra parte, quando il sole è sorto, l’alba non c’è già più.
Il lavoro dei Sígur Rós si colloca sulla via di mezzo tra il «Non ho niente da dire, e lo sto dicendo. E questa è poesia» di John Cage (“Lecture on Nothing”, in Silence, Wesleyan Univ. Press, 1961) e il «Di ciò di cui non si può parlare / occorre tacere» di Ludwig Wittgenstein (Tractatus Logicus-philosophicus, 1921). Il loro minimalismo non è affatto minimo, ed anzi richiama con una certa forza quel potere calmante di una singola nota ben suonata, di un momento di silenzio. Di quel silenzio così difficile da trovare.
Nel 1948, John Cage visitò la camera anecoica dell’Università di Harvard; una camera anecoica è una stanza progettata in modo tale che pareti, tetto e pavimento assorbano tutti i suoni anziché rifletterli in forma di eco. Cage entrò nella camera anecoica aspettandosi di sentire silenzio, ma, come scrisse in seguito, udì due suoni, una frequenza alta e una bassa. «Quando ne parlai all’ingegnere addetto, mi informò che la frequenza alta era il mio sistema nervoso in funzione, e quella bassa era la circolazione del mio sangue». In un posto in cui non avrebbe dovuto esserci suono, il suono era tuttavia presente. «Finché morirò ci saranno suoni. E i suoni continueranno dopo la mia morte. Nessuna paura sul futuro della musica». La realizzazione dell’impossibilità del silenzio lo indussero alla composizione della sua opera più famosa e controversa, proprio 4’33”, del 1952, ancora oggi una vera e propria sfida alla definizione stessa di musica.
La difficoltà del silenzio è la stessa difficoltà della parola. «L’unico modo di parlare del tutto è imparare a dire nulla […], scuotere il sistema sino in fondo, dire no ai processi e ai prodotti che produce» dice Steven Scrhoeder (“Unspeakable”, in Kulturos barai, n. 3, 2006, ora in www.eurozine.com). Si, ma dire nulla, dire la negazione, è pur sempre un dire. Può essere vero che «tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico» (dal film I 100 chiodi, di E. Olmi, 2007); ma allora bisogna andare più avanti. Tutte le parole del mondo non valgono un caffè con un amico. Anche se uno preferisce il tè (e non ha molti amici…).
Tutto può significare tutt’altro. Ci vuole altro per dimostrare che tutto non significa niente?
Silenzio e deserto.
Ma, ancora così, il silenzio non è il deserto delle parole. E chi sta nel silenzio è stretto (con una stretta al petto, anche) tra il bisogno e la paura della parola. E, davvero, tutto è indicibile, e tuttavia, tutte le cose parlano.
Cosa c’entra la poesia, in tutto questo? Forse niente, come al solito. (La poesia non c’entra, mai, niente… Come pure, resta sempre da risolvere il problema dell’uso della poesia).
Eppure, basta compitare due versi, in una lingua sconosciuta, per percepire una forza…
«Og ég fæ blóðnasir / En ég stend alltaf upp» (Hoppípolla, Takk, 2005: «e mi viene il sangue al naso / ma mi rialzo sempre»).
C’è come una forza in questi versi, in quell’en avversativa ma con forza congiuntiva (ci si rialza proprio perché si è caduti…).
Anche se sappiamo che non è vero: non ci si rialza sempre.
Invece si: un continuo cadere, rialzarsi, e ricadere. Ma ci si rialza sempre, e ancora, il sangue al naso, come bambini distratti dal gioco e incuranti del sangue al naso, ci si alza ancora, ancora una volta.
Tranne un’ultima. Ma in questa smentita finale lavora sempre, anche se esausta, la forza di rialzarsi.
Anche da quest’ultima, definitiva caduta, ci si rialza; proprio rimanendo a faccia in giù, il sangue al naso, la faccia nel proprio sangue. En ég stend alltaf upp.
Brosandi
Hendumst í hringi
Höldumst í hendur
Allur heimurinn óskýr
nema þú stendur
Rennblautur
Allur rennvotur
Engin gúmmístígvél
Hlaupandi í okkur
Vill springa út úr skel
Vindurinn
Og útilykt af hárinu þínu
Ég lamdi eins fast og ég get
Með nefinu mínu
Hoppípolla
(Í engum stígvélum)
(Allur rennvotur)
Rennblautur
(Í engum stígvélum)
Og ég fæ blóðnasir
En ég stend alltaf upp
Og ég fæ blóðnasir
En ég stend alltaf upp
Saltando nelle pozzanghere
Sorridendo
Vorticando vorticando
Tenendoci le mani
Il mondo intero una macchia
Ma tu stai in piedi
Fradicio
Completamente zuppo
Senza stivali di gomma
Corre dentro di noi
Vuole rompere il guscio
Il vento dentro
E fuori l’odore dei tuoi capelli
Colpisco più veloce che posso
Col naso
Saltando nelle pozzanghere
(Senza stivali)
(Completamente zuppo)
Fradicio
(Senza stivali)
E mi viene il sangue al naso
Ma mi rialzo sempre
E mi viene il sangue al naso
Ma mi rialzo sempre
(Sígur Rós, Takk, Geffen Records, 2005, Trad. M. Barbaro, dalla vers. inglese)
mercoledì, 16 aprile 2008
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venerdì, 11 aprile 2008
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Untitled05.jpg, 2006
