venerdì, 30 aprile 2004
si invecchia
ormai
senza rimpianti, senza che
il passato ritorni nelle sere peggiori
come ferita riarsa.
l'attimo scorre senza divenire presente,
già vissuto prima di consumarsi
senza più attesa
e non vedo
che pioggia caduta
e il lampo lontano
le gemme nascoste
nel dolore insensibile
e non verrà più il tempo
amaro delle foglie ed erbe
riarse:
come un letto precario,
un'amara coscienza
più spenta e raggrumita,
raggelata dalle cose sospese
e incombenti
la realtà immobile
greve di un muro, finestre
e la consapevolezza fuggita
in alcun luogo
Non guarderemo la luce negli occhi
nascosta alla speranza
né cammineremo
in margine alla trama
oscura delle immagini
Ammutoliti
dinanzi al lento ritorno
delle stagioni eluse
al flusso dell'onda
Più volte accartocciato
nel bavero nero
per un eccesso di comunicazione
le terre lontane
spazi aperti
a un bisogno di semplicità diffuso
e il mare
un trompe l'oeil aperto
sulle ginocchia
Tutto il contrario dello spaesamento
nascosto alla solitudine dietro le finestre
nottambulismo pierrotesco nello spazio d'un respiro
Io sono il guardiano della Muraglia
Ma tanti e confusi
o nessuno?
vanno a morire nel deserto
Non è più tempo
di quiete
stanca tra i
cortili
e il sole chiuso
al cerchio dei palazzi
e il vento
Solo un tono
minore
al posto degli accordi
fuggiti
lungo i binari
Un distacco più dolce
annerito dietro la visione
il mondo
e i giorni dell'ira
disillusi
Trema
esile nervatura
controluce
paravento di carta di riso
fiori cani da caccia
trasparenza d'alberi
riflessi rumori insistiti
flebile sottofondo
L'acqua
E le cose bagnate
Non un respiro inscritto
all'incontro delle stanze
aperte alla luce dalla finestra
fuori
i suoni spezzati il sole
caduto tra le pietre e
(In morte di Andrej Tarkowskij)
Pessimo quarto d'ora intriso di pioggia
Tu guardi lontano
cerchi di astrarre il senso ottuso
piegato tra i dettagli
di cose che si snodano
sconnesse e sole
ti ritrovi ad aspettare per antiche alture
la terra appesa al filo dell'orizzonte
Si perde il sentire più flebile
forse distante
lo temi vano
Il poeta si stringe nel cappotto da poeta
troppo stretto o forse troppo largo
l'occhio perso nella distanza
è tentato di accecarsi
Hai un bel dirgli di smettere
di aspettare di
ritrovarsi tra le cose dell'orizzonte
di aprire di più gli occhi
e guardare più lontano o più vicino
Un lento sciogliersi di luce e pianto
il giorno morto all'incrocio delle mura
e il tetto
un tavolo di libri e carte
la finestra ancora chiusa ad un albore stanco
Ridono gli antichi affacciati agli scaffali
vociano
i commenti che ti sembrano beffardi
queruli
Ti appoggi ala ringhiera
interroghi il cielo più vicino alla terra
alberi e nuvole
Non vedi il mare
Un muro. E la paura, sorda
una voragine in un solco.
je suis allé
par toutes les
gouttes d'eau
dans ma cheminée
ou me craintes
se départent
peurs d'eau pure
sanglante
brûlées par la lumière
du matin
toutes les allées
j'ai parcouru
emmené par l'orage
des larmes établies
dans mes yeux
mon rêve ouvert
comme papier
déplié
ma vie fermée pliée
cercala nell'ora che segue il tramonto
la via rivelata dalla luce
dietro le cose della terra
l'affacciarsi della possibilità
due respiri dall'accordo ritrovato
nella pesantezza del cielo
sospeso sull'acqua
e il vento
ora le nebbie si allontanano
si disfanno le ombre
assopite tra le foglie
e i tronchi
La luce del mattino
Dietro i vetri
Le nebbie allontanate si riparano
Qui
Si consuma la corsa del pendolo
Negli occhi
Che solo il soffrire insieme
Ci dice tristi
Bensì rotto l'incanto
Tagliente per la lucidità
La tempia sulla guancia
Un sorriso di porcellana
La luna dietro i vetri i gomiti sul tavolo
Dove spunta l'estremità del giorno
Il silenzio ti chiede cosa tu voglia
Cosa chiedi all'affacciarsi degli occhi
Dalla porta principale della quotidianità
I grandi giorni entrano negli attimi
Chi conta sulla mia sensibilità
L'evidenza del gesto colta nel lato
Oscuro
Nell'incredulità sbocconcellata
Con la colazione del mattino
Nel paese della memoria sbreccata
Dal quale è ancora
Sempre possibile partire arrivare
Il piede varca il gradino
E i bimbi giocano tra le lapidi
E il prato verde
La luna entra nella stanza
E ci basta un respiro
Difficile da ricordare
Je suis une idée
Maintenant
Mais j'existe encore
Tu existe
J'ai toujours été une idée
Accablé dans ton rêve
per V.
few times
still stuffed in my echoing valves
I've caught
these evening brights
yet fading by
lost in a moment
should I step
through the woods of nothing
ce serait pour une extrème peur
'cause I hold the link with the World
and I belong to it
now
ebony hairs get down from the face
you, moonchild
La femme à la fenêtre...
Dunque vivremo. Riuscissi a svelare le immagini impigliate... mille mani cercano un'uscita, tastamenti tentacolari. Accecamento da troppa luce. La donna alla finestra; una porta socchiusa a sinistra. Luce scialba filtra dai capelli sciolti, e uno specchio offuscato. Nebbie basse del sottobosco, alberi nerissimi, i ciottoli dei viali in quell'ora dell'alba o del tramonto che fumiga i contorni delle cose... La donna alla finestra; dal letto disfatto l'ultimo tepore si allontana. Forse la notte ha assorbito le ultime lacrime, fuse perché gli occhi erano troppo vicini, e il tremore delle labbra che turbava la freschezza delle guance.
Fuori il silenzio avvolge le foglie, l'erba; e il volo delle nuvole annega nella distanza. Le ombre di una luna precoce macchiano i biancori scampati alle tenebre.
Un lento respiro dietro i vetri, costante come rumore d'acqua.
et on aurait ce besoin de soleil
et pourtant
je demeure dans cette
tristesse
cristalline, aquatique
Ho cercato, forse inutilmente, di dare senso alla mia vita; si è sgranato il rosario delle stagioni; i luoghi si sono succeduti, e situazioni hanno riempito lo spazio vuoto della coscienza. Anni. Un libro dalla finestra nell'acqua dei canali. Dietro spesse vetrate vicino al portone del palazzo shilouettes di due ragazzi abbracciati, visibilmente nascosti. Ho cercato forse inutilmente di dare un senso alla vita; la pesantezza dei corpi sul terreno, orme sulla sabbia; quegli struggimenti silenziosi; la disperazione dell'abisso; risvegliarsi, ritrovare. Forse inutilmente la distanza, questo atto orribilmente provvisorio, ripetuto; tristezza lieve, lietamente involuta, volo di falena. Viene a mancare il riflesso di due specchi; ottenebramento; due solitudini si incontrano in un silenzio di troppe parole. Ti ho poco guardata. Poco amata. Inutilmente forse. Viverti era preceduto da un condizionale; epitaffio. Inutilmente frugare in cerca di lacrime. Atto. Attimo. Potrebbe avere un senso affidato a questa fuggevole irripetibilità; cercarla. Resto nell'ombra di questo mare alto nel cielo.
(...) lentamente nel declivio della valle. Fiori azzurri ondeggiavano al vento del pomeriggio; la vallata si infossava dolcemente, orizzonte troppo alto, cielo sgombro.
Lo scroscio dei fogli bianchi all'improvviso; scendevano lentamente in lievi volute. Il rumore del mare in un breve ritorno di memoria. Alberi lontani in tenero mormorio di foglie. Ed era stata la sera, calma oscurità avvolgente.
ormai la vita
prende piede
e non ci stupiamo più di niente
passa il tempo
qui senza accorgersene in una calma assolata
dovessi in un momento d'ombra
tra molti anni quiete
fuori un angolo tra le foglie
quelque part
tra le possibilità
vicino al silenzio
nelle volute d'un
solco pieghe
conservato nell'ambra
no
I comignoli fanno l'inchino
in silenzio
mentre
il cerchio
d'ombra
si allarga tremulo.
Eppure di questi pomeriggi
sospesi
rimane il silenzio
nerastro di profumi
e rumori di stoviglie tra vecchi muri.
Una calma spezzata
mi spinge
tra i viottoli di un pomeriggio adriatico.
Ho imparato a svuotare l'attesa
insinuando lo sguardo
tra pietre antiche
il mare chiuso
e il grido del gabbiano
Ho chiesto
alla musa dei silenzi
della speranza cheta
in un momento
incipiente d'ombra
in cui
nebbie e fumi
si allontanano.
Uno sguardo accanto
la terra, ammantata in due colori.
I lampioni
s'illuminano a ricordare l'ora
e il tempo.
Ancora di questo autunno
tracce di platani
nell'aria
nelle pozzanghere annerite
della memoria.
Capelli scendono da una spalla
inclini
Se tu mi cercassi
tra i portici di una piazza vuota
i lampioni azzurrini
le luci del tramonto
tra le pieghe del crepuscolo
io? abito gli abissi della mia pozzanghera
io che vorrei essere la lacrima
in cui nuotano i miei occhi
io sono l'onda
che esplode in spuma lontano dalla riva
e riprende il colore del mare
quando bacia la sabbia
non vista
Stasera il vento
sfiora solo tristezze lontane
L'agguato del buio
al tramonto i colori
Sfuggono
Incupisce un momento
le labbra serrate
gli occhi
gli occhi sbarrati
la consistenza del mare
è poggiare questi piedi per terra
sabbia compatta
sarebbe inutile
dar corpo all'attrazione dell'Ionio
(tutto si risolverebbe
in un cerchio d'orizzonte,
due toni di azzurro)
Da: IL SILENZIO INTERROTTO Firenze Libri, Firenze, 1989
Cosa rimane di un sogno?
La mia matita non scrive sul vetro,
Grafite delusa dal freddo.
Piuttosto una barca di carta
Spiegata e inumidita
Dalle lacrime che cadono nell'acqua.
La mia matita non può più scrivere sul vetro
Ne pas se pencher au dehors.
Orizzonti troppo lontani
Pennellate nell'azzurro
Troppo esteso per me solo,
Oleandro ingabbiato dal guard-rail
Il mare e la sua città, non più mia.
La mia matita non scrive sul vetro
E sul fiume e gli eucalyptus
E sul verde delle valli
E sulla baia e sui docks
Resta solo una punta nera sospesa
E il fatto di essermi messo anch'io scrivere non fa che aumentare la vertigine, superata solo dal pensiero che è il silenzio, l'ineffabile, la vera dimensione...
