System error. Apofatie, aplografie...

venerdì, 21 maggio 2004

SCHIACCIARE IL VERME SUL FOGLIO DI CARTA?


Cut&paste da:

FUORICASA.POESIA

DIALOGO TRA ESPERIENZE DI POESIA con Alberto Bertoni, Mimmo Cangiano, Maria Gervasio, Salvatore Jemma, Stefano Massari, Giancarlo Sissa, Paola Turroni.

(Blog su: www.fuoricasapoesia.splinder.it)


“SPEZZARE LA REALTA', CON LA POESIA, E VEDERE COSA NE ESCE”.

“[…] Parlare di poesia (e farne) è una delle cose che possono cambiare il nostro, vostro, loro punto di vista sul mondo e, di conseguenza, un po' anche il mondo, o no?”

“[…] Sciogliere l'incantesimo mediatico di cui, mi sembra, siamo un po' tutti vittime. Al lamento leopardiano continuo a preferire la bestemmia di Rimbaud!”

(Giancarlo Sissa).


“Il linguaggio è una piazza dove la gente si può riunire”

(Luis Garcia Montero)


“Mi piacerebbe adesso vedervi tutti insieme a parlare ad alta voce con un buon vino e ridere anche e sputare e poi leggere le poesie che amate. Una cosa così, semplice e carnale, che dica da che parte sta la vita, la voce. come sia la vita e la voce, fuoricampo editoriale”.

(Paola Turroni)


“[…] e mi vanno bene tutti - quelli che si abbracciano - quelli che urlano - quelli che strisciano . ognuno per la propria coscienza con la propria direzioni . quello che si può condividere è un intento fra persone intere . cioè tra persone che interamente cercano di vivere e viversi non domandando soluzioni […]. io sono . e sono nel mondo . ma non solo nel mondo grande e vasto . ma anche nel mondo del mio compagno o della mia compagna . dell'altro che è vicino a me […] . sono un uomo e cerco la mia umanità in me stesso e negli altri . per questo credo che fondamentalmente non ci sia nulla che possa essere veramente insegnato se non direttamente vissuto sulla propria pelle”

(Stefano Massari)


* * *


La poesia non è quella che scriviamo, né (tanto meno) quella di cui parliamo. La poesia ha un senso solo in quanto espressione di autenticità. Va bene tutto – anche uno sputo su un vetro – purché la poetica sia riversata nel sentire poetico, condannata al lampo di un istante. Perché di condanna si tratta, sino a quando smetteremo di considerala tale. Peter Patti (su Il Foglio Clandestino) dice che la poesia va (dapprima) vissuta. Io, per sovrappiù, aggiungerei che la poesia è solo quella vissuta (opinione personale, ovviamente). E mi sono avviato su un sentiero che porta a negare anche l’”espressione” (di cui sopra) in favore dell’autenticità, perché temo che, già nell’atto dell’ex-primere, la poesia non regga alla pressione. Schiacciare il verme che striscia sul foglio di carta? Io no, aspetto, e dimoro nella memoria della traccia di bava…

Basta andare oltre la carta, pur con tutto l'amore, materico, che abbiamo per essa. Si, “SPEZZARE LA REALTA', CON LA POESIA, E VEDERE COSA NE ESCE” (sono disposto a perdonare volentieri le maiuscole perché questa è un’idea forte, e pura), o, piuttosto: “Spezzare la realtà con la poesia, e vedere cosa c’è dentro”. Perché non è detto che esca poi davvero qualcosa, non è detto che, una volta spezzata, ne esca poi qualcosa di diverso da un grumo scuro destinato a coagularsi… Ma anche: spezzare la poesia con la realtà, e vedere cosa c’è dentro, cosa ne esce. Questa è la mia – provvisoria, ma in mancanza di meglio… – idea di autenticità. Noi occidentali (me compreso, ovviamente) viviamo nella menzogna. Dovremmo fare uno sforzo, minimo, di vita autentica (a me riesce solo per alcuni, esili, istanti al giorno); allora si, scrivere (nella mia cosmogonia: sentire) potrebbe essere “una delle cose che possono cambiare il […] punto di vista sul mondo e, di conseguenza, un po' anche il mondo”. Partire da quell’”un po’”; si, “sciogliere l'incantesimo”…

Va benissimo allora “una piazza dove la gente si può riunire”, “tutti insieme a parlare ad alta voce con un buon vino e ridere anche e sputare e poi leggere le poesie che am[iamo]. Una cosa così, semplice e carnale, che dica da che parte sta la vita, la voce. Come sia la vita e la voce, fuoricampo editoriale”. Questa piazza è riuscita a stanarmi dal silenzio in cui mi ero rinchiuso (niente paura: nel silenzio ci tornerò; ci tornerò, state tranquilli). In piazza troveremo quelli che urlano, ma anche quelli che parlano a voce alta, quelli che non parlano ma ammiccano, quelli che fraintendono… ma, forse, anche quelli che si abbracciano. Sento l’enormità di quell’”[essere] nel mondo […]dell'altro che è vicino a me”, che mi induce spesso a scrivere Altro con la maiuscola. Ma quello delle mie letture di Lévinas è un altro discorso…

Bestemmie di Rimbaud e un abbraccio.


21.V.2004

postato da error405 21/05/2004 14:10 | commenti (1)

giovedì, 20 maggio 2004

Colazione. What A Wonderful World come «musica in testa» («sarà capitato anche a voi»). Contrasti più probabili nel salto tra bianchi e neri. Più frequenti, di numerosità statistica. Discutiamo di attribuzione di senso, di diritti del lettore. Di autoreferenzialità. Di vocaboli.

Fermatevi. Un istante. Fermi. Sedetevi – tremo all’idea che seduti lo siete già. Aprite la finestra, anzi no: anche chiusa, dovreste già sentire qualcosa dietro i vetri. Guardate oltre il calcare dell’ultima pioggia. Vivete un tempo in cui vi dicono che mangiare yogurt protegge i vostri bambini dalle malattie, che bere acqua fa diventare belle le vostre donne, che sparare su donne e bambini su un ponte è un gesto di pace. Sarà capitato anche a voi. Sapete con esattezza il numero dei morti del WTC ma non quello dei morti di Nankino. Per qualche secondo, faticate anche a localizzarla nella mappa del mondo. Vi accorgete di non averla, una mappa; si, atlanti, cartine e CD li avete di là, ma non in testa. Solo una musica. Vivete sapendo che la morte è all’opera da qualche parte. Da qualche altra parte. Vivete pensando che non ci potete fare nulla, vivete grazie a questo pensiero, vero come pochi altri. Questa verità anestetica. Dovete a un «ma» l’equilibrio delle vostre forze, precario ma oscillante intorno a un’idea di stabilità, disperati ma non al punto da accorgervene, non al punto di smettere l’esercizio di una qualche speranza. Una qualunque. Qualunque cosa essa sia, risultante di spinte in più direzioni, che alla fine da qualche parte vi ci porta. Ma vi accorgete – vero? – che questa sincronia è una medaglia con una faccia sempre più grande dell’altra. E che gli opposti coincidono sempre, ma mai nel momento in cui vi servirebbe davvero che coincidessero. Si oppongono. E basta. Watch out, man. Have a nice day.

Mi allaccio le scarpe e infilo il giubbotto. Tiro fuori la macchina dal garage e accendo il lettore. Ultimamente sento quasi solo Chill Out, registrata in streaming dalla rete, loops sovrapposti che non trovo il tempo di ricampionare e ricomporre. B. dice che questa musica non gli piace. Sarà capitato anche a voi.

13.V.2004

postato da error405 20/05/2004 19:14 | commenti

giovedì, 13 maggio 2004

15.III.2001

Non vedere l’ora che la giornata passi perché, prima di addormentarmi, possa leggere due o tre righe di Cioran. Arrivato quasi a 40 anni, ecco l’ultimo porto dell’amicizia.

postato da error405 13/05/2004 11:49 | commenti

16-17.II.2001

Farsi un obbligo – continuare a farlo – di pensare che tutto [...] può smettere domani. Cominciare a coltivare qualche obiettivo minimo, [...] preparare le opportune basi [...]

postato da error405 13/05/2004 11:47 | commenti

16-17.II.2001

«Io non sono avido». Di solito, chi non lo è davvero non sente alcun bisogno di doverlo affermare.

postato da error405 13/05/2004 11:45 | commenti

10.II.2001
[...] Bisogno di essenzialità, di sobrietà, voglia di eremitismo.
(Oggi sono andato in una concessionaria a vedere di comprare un coupé).
Fermarsi. Riflettere. Cercare di (riprendere a) meditare. Migliorare.
Tutto quello che può accadere non può che accadere.





postato da error405 13/05/2004 11:44 | commenti

martedì, 11 maggio 2004

3.VIII.2002

Forse un mattino
Andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi,
vedrò compiersi il miracolo:
il nulla alle spalle,
il vuoto dietro di me
con un terrore di ubriaco.
Poi come su uno schermo,
s’accamperanno di gitto alberi case colli
per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi;
e io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano,
col mio segreto.

(E. Montale)

Per L.C.

Via Torre S. Susanna. La pietra miliare. La Dyane 6 ondeggia paurosamente sulle sospensioni, mossa dai sobbalzi dei monelli in grembiule azzurro da scolaretti sul sedile posteriore.
Cos’altro può rimanerci se non il culto della memoria?
La famiglia elettiva. Questo è stato per me, negli anni della mia giovinezza, il luogo della frequentazione con tuo padre, un luogo altro, per me – a quel tempo, l’unica alterità possibile a quell’età, al di fuori della mia famiglia. Un luogo di attenzioni e di stimoli, di acquisizione della consapevolezza che nella mia vita qualcos’altro poteva succedere.
La mia tristezza è scoprire forse solo ora che è lì, nei suoi racconti esotici, tra i contorni dei suoi disegni a tratto, tra le sbavature dei suoi acquerelli, che è germogliato il seme del desiderio di conoscenza. La tristezza si stempera al pensiero di avere avuto questa fortuna, e che questa fortuna, come la memoria, non ci potrà più essere tolta.
Non riesco, ancora, a trovare lenitivi nei discorsi sull’impermanenza e la vacuità; non più che nell’intuizione del «nulla alle spalle», del «vuoto dietro di me».
Il pensiero che lo “zio Ciccillo” se ne sia andato serenamente, in silenzio (questo andarsene «zitto»), mentre io sono qui, lontano, mi fa sentire come uno di quegli «uomini che non si voltano».
Ma ogni volta che farò la punta ad una matita, non potrò fare a meno di pensare che non sarà mai appuntita abbastanza, mai come le sue matite, nelle scatolette di legno della sua scrivania…






















postato da error405 11/05/2004 20:28 | commenti

lunedì, 10 maggio 2004

http://www.paginazero.info/SOMMARIO/ARTICOLI%20e%20SAGGI/Poeti_festivi_e_poeti_feriali.htm
 
http://www.ilfoglioclandestino.it/elzevier3.htm

postato da error405 10/05/2004 13:01 | commenti

venerdì, 07 maggio 2004

8.I.2001

«Il buon senso è la cosa del mondo meglio ripartita. Ciascuno infatti pensa di esserne ben fornito».

(Cartesio, Discorso sul metodo)


«Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

(A. Manzoni, Promessi sposi, XXXII)


postato da error405 07/05/2004 12:30 | commenti (3)

30.I.2001

Sviluppare l’indipendenza della personalità, del sentimento, rispetto ai luoghi, agli oggetti e alle cose. Siamo sempre noi stessi, da (in) qualsiasi luogo ci capiti (ci tocchi) passare (e vivere). L’essere, purtroppo, e indubbiamente, alla lunga è influenzato dal reale, ma…

postato da error405 07/05/2004 12:29 | commenti

25.I.2001

Sopraffatto dalla mole e dal peso delle cose inutili del passato, che tuttavia mi ostino a conservare. C’è un rapporto tra la memoria e gli oggetti? Le cose esistono di per sé o nella misura in cui siamo noi a dargli sostanza, nell’attimo in cui le pensiamo? Ha un senso archiviare e conservare – “non si sa mai” – quintali di carte che non ricordo più di avere? È pur sempre vero che la memoria spontanea, quella della madeleine di Proust, per intenderci (a proposito di mole: quella della Recherche mi ha sempre impedito di mettermi a leggerla) può scatenarsi in qualsiasi momento, ma cos’è questo bisogno di documentare? Probabilmente un effetto della precarietà, che fa in modo che quello che oggi sembra inutile, forse domani tornerà a servire (è già successo). Ma che dire dei tenti libri dei quali non ricordo nulla? Delego agli oggetti quello spazio di memoria di cui non sono capace?

Coesiste tuttavia un bisogno di alleggerimento, di “compattazione degli archivi”. Una sorta di baule di Pessoa. [...]

postato da error405 07/05/2004 12:28 | commenti

21.I.2001

Ad ogni trasloco, immancabile, il pensiero su: gli oggetti e la memoria, l’oblio e i luoghi. Tolgo segnapagine da vecchi libri.

postato da error405 07/05/2004 12:25 | commenti (1)

10.I.2001

B. Jönsson, Dieci pensieri sul tempo, Einaudi.

«Non facciamo che aprire parentesi e dimentichiamo la proposizione principale.

[…] Una distinzione utile che fa la Jönsson è tra tempo diviso e tempo indiviso. Il primo è quello che sperimentiamo, il secondo quello che sogniamo. Suddividiamo il tempo in segmenti e a ognuno assegniamo un compito. Abbiamo la sensazione di moltiplicare le energie, in realtà ne impoveriamo la forza d’urto.

Il tempo più fecondo è quello indiviso. Un pomeriggio intero dedicato a un progetto, a una lettura, a un lavoro. O un giorno, tre giorni, una settimana, un mese, un anno. Diventare eremiti!. Oggi è impossibile, ma si può imparare da loro qualche astuzia. Una è di limitare l’uso del telefono e del mostro che ha partorito, il telefonino. È difficile oggi avere non solo una vita privata, ma una vita mentale».

(G. Pontiggia, “Album di dicembre”, Il Sole 24Ore, 7.I.2001)

postato da error405 07/05/2004 12:23 | commenti

4.I.2001

[...]

«Interprete di un’individualità media, preoccupata delle "necessità quotidiane per entrare della vita", Giudici ha sostenuto in svariate occasioni che il vero problema non è tanto quello di avere tempo libero, bensì una mente libera: "libera da ambizioni mondane e dall'assillo di una carriera". Pertanto, chi intenda dedicarsi alla poesia, è bene che pratichi nei confronti della sua attività ufficiale una sorta di nicodemismo, "dissimulando nell'apparente conformarsi alla realtà pratica il suo essere fedele alla propria "religione", poco riconosciuta se non addirittura derisa". Il lavoro ideale, secondo questo approccio, dovrebbe essere il più stellarmente lontano dalla letteratura.»

(G. Giudici, in F. Marcoaldi, "G. Giudici, Una poesia che vola basso", la Repubblica, 29.XII.00, p. 43)

postato da error405 07/05/2004 12:21 | commenti

27.XII.2000

[...] proprio non si può sfuggire all'evidenza che ogni forma di letteratura è fatta per essere letta? Alcune opere letterarie (e sono quelle che mi interessano di più) si staccano dall'intento narrativo e dall'autocompiacimento affabulatorio. Con riguardo a ciò è possibile distinguere i libri che si scrivono per sé da quelli si scrivono (si pubblicano) perché altri li leggano. Penso che la Yourcenar abbia scritto le Mémoires per sé più che per gli altri, in un periodo in cui, diversamente da oggi, aveva un senso pubblicare.

[...] prendo partito per la scrittura per sé, per il rifiuto della partecipazione e della comunicazione. Il fatto che pezzi di queste righe prendono a volte il largo e costituiscano materiale per rade lettere a quella parvenza di amicizie, di relazioni sociali che mantengo, fa parte del gioco. Non è detto che leggano, non è detto che capiscano.

postato da error405 07/05/2004 12:17 | commenti (1)

barlume inatteso esospasmo
verità inascoltata
balenio
pensiero smembrato
immobile nella traccia esile
trama ordito
passaggio d’ombra
rintocco
ticchettio sopraffatto
interstizio
iato

9.IV.2004











postato da error405 07/05/2004 12:16 | commenti (3)

apart from the apories of a full-fledged existence, from the extent to which life should

uscire tentare ancora una volta

l’à priori du regard en tant que orienté à l’intérieur du soi

kenosis, apofatia, soglia al di là della quale diviene concreto il timore della legittimità del qualsiasi, ma al cui di qua è impossibile restare

dévoilement, épiphanie dans l’autrui

recidere le radici della violenza dovrebbe essere più facile di quelle dell’io

e invece

9.IV.2004

postato da error405 07/05/2004 12:15 | commenti

e non stupiamoci
dei poeti
sensibili al mutare
delle stagioni
al tempo
che non passa mai che è volato via
scrutatori di nebbie colori dell’erba
distanze offuscate

chi abita in riva al fiume
non fa caso
all’acqua che scorre

19.II.2004










postato da error405 07/05/2004 12:14 | commenti

riposto il dubbio
sempre custodito
oltre spazi di luce
tra veli nuvole
sospesi
speranza di pan di spezie
avvolta nei teli
dell’attesa

sabbie ancora indurite
compatte
dal freddo
spingono lo scrutatore di orizzonti
distratto
a cercare riparo
in paesi case in riva al mare

ritornare ripartire
dalle piccole cose allo sguardo amorevole
per
i legnetti i ciottoli
levigati dall’acqua

14.II.2004


















postato da error405 07/05/2004 12:14 | commenti

esitare di fronte
al pensiero affastellato
dispendio inutile
arrestarsi fermare
il battito (ascolta)

un tesoro
fra le mani ancora
incredule
che non faremo mai in tempo
a spendere

13.II.2004









postato da error405 07/05/2004 12:13 | commenti

2001

avenue de Tervuren
chissà quale concrezione impermanenza
tra le pieghe del presente
genera
un falso ricordo un rigurgito
nella trama del vissuto

si va
per come riesce
cercando di incastonare
intarsio dopo intarsio
a contenere
il piccolo giardino di sabbia
in cui ritracciare
sempre un nuovo solco


* * *


Terra e mare
Si abbracceranno
Da qualche parte in qualche posto
Posso solo intuirlo
Per questa inclinazione
Della luce al tramonto

Je le sais bien
L’unica vittoria possibile
Contro l’inquietudine l’incertezza
Il demone della precarietà
È la moralità della sconfitta


* * *


2002

nell’azzurro più scuro
l’attimo è sempre
compresso schiacciato
tra il passato
e l’altrove

S. Pietro in B., 13.VIII.


* * *


Haiku n. 40

La luce della lampada ondeggia;
l’aria di settembre dalla finestra aperta.
A metà della strada
Sono ancora all’inizio.


* * *


like water in water
restful
respectful
trying to dissolve
apart
from mind’s
little theatre and
(fading) memories

this walk through
the path of nothingness













































postato da error405 07/05/2004 12:09 | commenti

giovedì, 06 maggio 2004

25.XII.2000

«Lorsque deux textes, deux affirmations, deux idées s'opposent, se plaire à les concilier plutôt q'à les annuler l'un par l'autre; voir en eux deux facettes différentes, deux états successifs du me^me fait, une réalité coinvainçante parce qu'elle est complexe, humaine parce qu'elle est multiple."

(M. Yourcenar, Carnet de notes de "Mémoire d'Hadrien")

postato da error405 06/05/2004 19:33 | commenti

14.XII.2000

Sentita durante una cena con "uomini d'affari": "Il mondo è in trasformazione".

postato da error405 06/05/2004 19:31 | commenti

27.XII.2000

Che pena mi fanno i giovani! Tutte queste possibilità, tantissime e tutte aperte...

postato da error405 06/05/2004 19:31 | commenti

29-30.X.2000

 

O lugar de onde eu vim

brota no coração

o lugar aonde eu nasci

está no mundo e em mim.

O lugar que a gente sonhar

pode exixtir existirá

vive em nós e viverá

enquanto hauver canção

 

(Fernando Brant)

 

Il luogo da cui vengo / sgorga dal cuore / il luogo dove sono nato / è nel mondo e in me // Il luogo che la gente sogna / può esistere, esisterà / vive in noi e vivrà / fin quando ci sarà una canzone

 

Sempre più prossimi al silenzio, all'aforisma come unica forma letteraria possibile, all'e-mail come abbandono dell'orto-grafia (scrittura automatica (Breton) + acrostici + fretta).

Un libro di cui è stato scritto solo il titolo, il colophon, e le intestazioni dei capitoli. E la storia? Spiacente: non é la destinazione ("o lugar que a gente sonhar") la cosa piú importante del viaggio. É il percorso.

I titoli dei brani musicali sono l'unica componente testuale, letteraria, del linguaggio musicale. Tutta la poetica é lí, la musica parla per altri meccanismi tutti suoi. A saperli leggere, soltanto nei titoli l'autore lascia un'unica traccia del suo intento emotivo o della sua ricostruzione finale della solo apparente devastazione improvvisativa. Citazione. Appropriazione.

Un film con solo la soundtrack, nostalgia dei tempi della radio...

Ma é rimasto ancora qualcuno capace di ascoltare?

postato da error405 06/05/2004 19:30 | commenti

3.IX.2000

L'odore dell'erba già secca, bagnata e asciugata in fretta dopo un temporale estivo. Memoria del passato ormai slegata dagli episodi reali. E, subito, l'odore anticipato dell'autunno, il caldo e i colori più asciutti.

Come dev'essere importante – ma di un'importanza che ancora non capisco – il succedersi delle stagioni! Forse la stessa importanza attribuitagli dai libri di lettura delle scuole elementari. E come deve sembrare assurda, sotto questa luce, l'idea – pur presente – di cercare un luogo dal clima costante tutto l'anno. In realtà, anche nei posti dove è sempre caldo, anche ai tropici, le stagioni esistono e si alternano.

Lasciamo ai poeti questa simbologia del tempo che scorre, dell'eterno ritorno, dello sbocciare, crescere e morire in attesa della nuova rinascita.

* * *

Un'allegoria del sonno: gettarsi su un fluido colloidale, duro a contatto con l'aria e della stessa consistenza, diciamo, di un materasso in lattice, ma sempre più liquido man mano che scendiamo in profondità. Dopo un po' vi affondiamo, e il liquido mieloso ci avvolge e ci inghiotte. La gravità ci fa cadere, più giù, all'inizio senza alcun movimento, poi reso possibile dalla maggiore fluidità del liquido.

È essenziale che questo liquido sia in qualche modo respirabile.

Consigliabile un risveglio lento, una volta all'aria aperta.

postato da error405 06/05/2004 19:27 | commenti

2.IX.2000

[...] Ma si, rinunciamo alle illusioni di compiutezza, diciamocelo che ormai solo l'aforisma – buon vecchio Friedrich! – è la forma letteraria che ci è rimasta, l'unica ormai che ci possiamo permettere, approaching silence.

Dev'essere per un motivo analogo che, nonostante l'inaridimento, la poesia rimane ancora tra i miei interessi. La poesia laconica, alla Ungaretti, piuttosto, che so, al Pavese giovane.

La parola abusata, violata, non rispettata, non mantenuta, blaterata, mi fa sempre più propendere per il silenzio. Sono diventato più taciturno, se possibile, più di quanto non lo fossi già (deve essere difficile per tutti voi che siete lontani, rendervene conto). Solo se la parola è capace di condensare, di stratificare più cose e significati, può continuare ad affascinarmi. Molti anni fa, un cretino a cui per sbaglio diedi una copia del mio libriccino di poesia (sbaglio che non ho smesso di fare) mi disse che i miei testi erano "un po' oscuri". Ma cosa cazzo vogliamo illuminare?

postato da error405 06/05/2004 19:26 | commenti

4.VII.2000

A pochi giorni dalla morte di V. Gassman, un sogno ascrivibile nella rubrica peccato svegliarsi. Teatro: avevo adattato un testo di un autore. A metà tra il sogno e veglia mi sono poi sforzato di ricordarne il nome: Henry… E infatti non lo ricordo. Me lo sono però appuntato, al buio sull'ultima pagina di un libro sul comodino. Modificando direttamente a matita sul libro dell'autore, recitavo il testo, ma forse più che ad un pubblico, lo chiosavo, da regista, ai veri attori…

Scrivere per il teatro ha la peculiarità di scrivere per comunicare più di ogni altra forma letteraria, con qualcun altro che si occupa del lavoro sporco (quello comunicativo).

In una nuvolosa mattinata d'estate, resto con l'amaro di non essere più in grado – come sempre quando si ha a che fare con l'onirico – di riscrivere quel testo, che nel sogno è sempre bellissimo, profondissimo e definitivo. E questo in un momento in cui si insinua la rinuncia a scrivere, e il dubbio se sia più importante sentire rispetto al comunicare. E questo per vari motivi: incapacità di rendere questo sentire nella forma letteraria, e la sua vanità.

postato da error405 06/05/2004 19:22 | commenti

7.IV.2000

Sensazione notturna: l'alterità di questo corpo steso su un fianco, che non sento più come mio, che percepisco come se lo vedessi da lontano, dall'alto.

postato da error405 06/05/2004 19:18 | commenti

2.IV.2000

Esiste libero arbitrio, dominio della volontà, nella metafora della vita come cammino? I labirinti hanno di solito un'entrata e un'uscita. Un percorso, in fondo, lineare, complicato solo nella sua parte centrale. Per quel poco che mi è rimasto dell'esistenzialismo tedesco (il «vivere per la morte» di Heidegger), una volta entrati, è l'uscita l'unica cosa che conti, e che anzi dà (o toglie) senso all'essere entrati. Perdersi nel labirinto è un altro discorso.

«"Per trovare la via d'uscita da un labirinto", recitò infatti Guglielmo, "non vi è che un mezzo, ad ogni nodo nuovo, ossia mai visitato prima, il percorso di arrivo sarà contraddistinto con tre segni. Se, a causa di segni precedenti su qualcuno dei cammini del nodo, si vedrà che quel nodo è già stato visitato, si porrà un solo segno sul percorso di arrivo. Se tutti i varchi sono già stati segnati allora bisognerà rifare la strada, tornando indietro. Ma se uno o due varchi del nodo sono ancora senza segni, se ne sceglierà uno qualsiasi, apponendovi due segni. Incamminandosi per un varco che porta un solo segno, ve ne apporremo altri due, in modo che ora quel varco ne porti tre. Tutte le parti del labirinto dovrebbero essere state percorse se, arrivando ad un nodo, non si prenderà mai il varco con tre segni, a meno che nessuno degli altri varchi sia ormai privo di segni ."

"Come lo sapete? Siete un esperto di labirinti?"

"No, recito da un testo antico che una volta ho letto."

"E secondo queste regole si esce?"

"Quasi mai, che io sappia […]"»

U. Eco, Il nome della rosa.

postato da error405 06/05/2004 19:16 | commenti
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