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lunedì, 27 settembre 2004

EVENTO POIETICO. ZERO.

 

 

 

 

Senza nome è il principio del Cielo e della Terra,

quando ha nome è la madre delle diecimila creature

 

(Tao Tê Ching, I. Testi taoisti, Torino, Utet, 1977)

 

e tu che cammini altrove lo guardi

e lo riconosci

 

(F. Davoli, "Ciminiera", Padano piceno, Civitanova Marche, GED, 2003)

 

 

Attribuzione di senso. Dare il senso, regalare il senso, offrire il senso.

Cos’è che fa di una cosa, qualcosa che ha senso, e di un’altra qualcosa che non ne ha? Nell’universo fatto di diecimila cose, che procedimento mettiamo in atto per dare senso ad alcune di esse e al tempo stesso ignorare tutte le altre? In questo meccanismo attributivo è indubbio lo spazio dell’arbitrarietà, del soggettivo. È il soggetto che, arbitrariamente, sceglie una delle diecimila cose e a questa, a questa soltanto, in quel solo momento, attribuisce senso. Questa è l’estrema solitudine del soggetto: attribuire senso a cose che solo per un fortuito caso limite potrebbero, nello stesso momento, ricevere attribuzione di senso da un altro soggetto, tra le sue diecimila. E se è così, siamo destinati alla solitudine, all’incomprensione, al silenzio, anche (soprattutto?) se le nostre vite sono rumorose, affollate, piene, traboccanti di comunicazione. Perché l’attribuzione di senso è esperienza (o, perlomeno, ci interessa in quanto aspetto fenomenologico, al di qua dell’ontologia…).

Evento (eventum, e-venire). Poetico doveva esserlo, per forza (non discuteremo questo dato a priori). E-vento.

Qualsiasi momento nella nostra esperienza dell’attribuzione di senso è evento, destinato a durare molto meno dello spazio di un mattino, forse ancor meno dello spazio di un respiro? – Ma gli eventi non sono fotogrammi incollati l’uno all’altro, la cui lettura dà luogo al divenire (o: all’illusione di movimento del divenire). L’evento è qualcosa scelto in questo flusso continuo di esperienza, un fotogramma particolare, al quale, ex post, attribuiamo un senso particolare – il senso di quell’evento –, perché solo successivamente riusciamo ad identificarlo con un punto di svolta, rilevante alla luce di ciò che è accaduto, dopo?

Oppure l’evento è una cornice, all’interno della quale il divenire si può verificare (o: all’interno della quale può verificarsi l’illusione del divenire), le cose possono esserci, di-ventano (o: le cose possono dispiegare l’illusione di esserci, di-ventare)?

Ma, allora, pieno e vuoto, in che rapporto stanno con l’e-vento, con l’attribuzione di senso? Noi scegliamo tra il pieno, tra una realtà piena di diecimila cose, quelle meritevoli della nostra attribuzione? Oppure nel vuoto, nell’universo del possibile, creiamo spazio perché una di queste diecimila abbia la possibilità di esserci?

È inutile (o forse solo superfluo) confessare la nostra propensione per la seconda delle possibilità. Specialmente dopo aver vissuto l’Evento Poetico Zero.

 

* * *

Deposito attrezzi del Teatro delle Ariette, Castello di Serravalle (Bologna), una serata di fine settembre. Zero. Nessuno si è chiesto abbastanza cosa questo zero volesse significare, già contenti, probabilmente, di partecipare a un "evento poetico". Nonostante l’affollamento di domande e interrogativi, espressi o sottaciuti. Si sale, muti, (non) ci si (ri)conosce, anche se le antifone della socialità hanno avuto la loro celebrazione fatta di saluti, sguardi, piccole gentilezze. Dopo una svolta, una voce da un cespuglio, accanto alla quale tutti passano. Per terra, davanti alla porta del Deposito, candele mortuarie accese, nel loro contenitore di plastica rosso. I poeti versano l’obolo del loro libro (che era stato loro richiesto di portare). All’interno, sigillato, l’aria si scalda al fuoco delle cucine. Un lungo tavolo basso, su cui dal soffitto pendono, a distanza di mezzo metro l’una dall’altra, flaconi contenenti soluzione salina per flebo, con tanto di cannula e ago. Ai quattro angoli, mani impastano, rivoltano, preparano. E tutti in attesa.

Diavoli di uno Stefano Massari e Giancarlo Sissa! Ne hanno infilata un’altra! Perché – dimenticavo – un evento non è tale senza la sua attesa. Ma non solo: tu entri, fai per salutarli, e li trovi compunti; intuisci che l’evento è già in atto, mentre tutti intorno aspettano, ancora, l’evento. Cosa succederà? Quando? Ma l’evento è nelle mani che impastano, nel fuoco che riscalda e poi cuoce quello che c’è nelle pentole, nelle mani che compiono gesti che lasciano intuire un sapere, una pratica (il telo che trattiene il vapore prima che sulla pentola venga posto il coperchio…). E l’attesa.

I libri dei poeti sono stati nel frattempo collocati in un baule (lo stesso baule di l’estate.fine, proposta dalle Ariette la scorsa estate), e posto a sua volta su una portantina a spalle. Il funerale.

Vengono servite tigelle, salumi e formaggio. Molti esiteranno prima di mangiarne. Io non lo farò, perché le flebo appese, e la sedia a rotelle ospedaliera in similpelle verde posta a capo tavola, vuota, alle cui alle spalle c’è uno specchio, mi chiudono lo stomaco, ma forse, prima ancora, la gola. Viene servito il risotto, che questa volta mangio, perché ho deciso di entrare mani e piedi nell’evento (o forse perché la fame, fate un po’ voi…). Ma tutti attendono. Cosa succede. Quello che deve succedere…

Dopo il dolce vado a salutare Stefano Massari; la compunzione è un po’ scemata (in realtà Giancarlo Sissa, all’inizio, vedendomi, ne aveva presto rotto il voto). Comincia la mobilità intersoggettiva, ci si sposta; il dialogo era già partito prima, a distanza di 2-3 commensali, come spesso accade in circostanze conviviali affollate.

Ma lo zero resta inafferrato.

Fino a quando una domanda ("Nessuno ci racconta una favola?") dà la stura. Ma anche la rottura dell’azione, perché – diavoli di Massari e Sissa – il suo e-venire era tutto qui, nell’azzeramento. Figuratevi se non c’era qualcuno che aveva voglia di raccontare… ecco i rigurgiti della poesia, prima stentati, poi più decisi, sino poi a scemare; molti, in processione, sacrilega, profanatoria (sia detto, questo – per quanto possa apparire difficile a credersi – senza alcuna connotazione negativa, anzi, con un certo affetto…) al baule dei libri, si riappropriano dei doni sacrificali, tornano a sedersi, qualcuno perfino sulla sedia a rotelle, a leggere. A fianco di Filippo Davoli (che Stefano mi aveva fatto conoscere poco prima, e al quale avevo pagato un debito di un abbraccio per due soli paragrafi del suo Un vizio di scrittura), assistiamo ai graffi sul muro del silenzio.

Io e Filippo usciamo a respirare aria, a ritrovare il silenzio, a compiangere la morte della poesia, a ritrovarne il silenzio, mentre la voce di Benzoni è sempre dietro il cespuglio, inascoltata.

Diavoli di Massari e Sissa! Hanno fatto il punto su dove siamo, oggi (anche se sono convinto che se provate a chiedergli, loro vi diranno: "Noi? Noi non abbiamo fatto niente…"). E siamo qui, in pochi, con ancora meno ad accorgersi della poesia. Quella vera, come dice Filippo Davoli. Io avrei qualche dubbio sull’aggettivo, preferendo l’idea di autenticità; ma forse il richiamo alla verità (alhqhia) è quanto di più contiguo vi possa essere alla poesia. Dov’è la poesia, oggi? Anzi, mi correggo: dov’è la poesia (l’oggi calerebbe il discorso nel contesto della critica, della letteratura, che è quanto mai lontano delle mie intenzioni – fenomenologiche, non ontologiche…)?

La poesia è nell’assenza.

In questa tabula rasa, colma ancora di macerie, non rimosse. Non è stato per caso che Stefano Pasquini, dopo la "stura poetica" di cui sopra, si è avvicinato ad ogni flacone di flebo, per aprire la valvola a farfalla e farne gocciolare sulla tavola il contenuto. La poesia sta nell’’assenza, nell’azzeramento, su questa tabula rasa sulla quale è, orribilmente, assolutamente, difficile costruire alcunché.

Ecco perché è importante l’attribuzione del senso: scelgo una, due, tre, tra le diecimila cose, e queste tre cose dispongo in un angolo, tra le macerie, e le offro a chi è capace di creare il vuoto, una cornice, e di ricevere questo dono, nell’ascolto, nel riconoscimento di questa attribuzione di senso (non nella ricerca/comprensione/apprensione del senso), nell’avvicinarsi, nella comune attribuzione di senso. Questa attribuzione non sarà più sincronica; non mi illudo che sia ormai tanto possibile, né facile, distinguere tra le macerie; perché abbiamo perso la dimensione e lo spazio dell’ascolto, del volto dell’Altro, dell’incontro, la passività del ricevere, l’apertura all’altro e al mondo. In questa cornice c’è troppo del nostro io, e non c’è spazio per il volto, per le cose dell’altro.

Allora, forse una delle poche possibilità è come nel Teatro nelle case delle Ariette. A sorpresa, invitare a cena l’ospite, che arriva con una bottiglia in mano, è accolto sulla soglia e trova nella casa altri inaspettati ospiti. Offrire una condivisione del senso. Non che mi illuda che ciò sia probabile (le vie dell’io non sono mai pervie…), ma è una possibilità…

Una volta, in un monastero Zen, qualcuno mi ha detto: «Lascia fuori le scarpe e la tua mente, e siedi lì». In pochi hanno lasciato la poesia fuori del Deposito attrezzi delle Ariette, e quei pochi ho appena avuto il tempo – Paola Turroni, senza neanche dire una parola – di abbracciare.

 

FuoriCasa.Poesia – Teatro delle Ariette

Evento Poetico Zero – Sabato 25 settembre 2004 ore 19.30, Deposito attrezzi, Teatro delle Ariette, Castello di Serravalle, Bologna.

www.fuoricasapoesia.splinder.com - www.teatrodelleariette.it

 

Con:

Alberto Bertoni - Stefano Massari - Giancarlo Sissa - Filippo Davoli - Cristina Babino - Gianfranco Fabbri - Matteo Fantuzzi - Lara Lucaccioni - Angela Di Noto - Alessandro Tacconi - Silvia Molesini - Sylvia Mair - Massimiliano Chiamenti - Mimmo Cangiano - Stefania Corrocher - Vanessa Sorrentino - Paola Turroni - Francesca Serragnoli - Luana Mazza - Carla Schiavina - Paolo Fabrizio Iacuzzi - Lorenzo Mazza - Alessandro Ansuini - Roberto Galaverni - Sergio Rotino - Rossella Dimichina - Giovanni Tuzet - Yzu (Francesco Albano) - Storti - Paola Dolci - Gianfranco Lauretano - Alessio Noferini - Ale-Rt - Simona Vinci - Tiziana Cera Rosco - Valentina Perrone - Paola Loreto - Francisca Paz Rojas - Lorenza Colicigno - Sabrina Foschini - Domenico Settevendemmie - Roberta Bertozzi - Claudio Sanfilippo - Eugenio Santangelo - Andrea Cedrola - Massimo Gezzi - Giovanna Passigato - Mattia Granata - Massimo Barbaro - Rosanna Patta - Cinzia Frizzati - Sibilla Chapel - Francesca Bonarelli - Leonardo Camardo - Giampaolo Vincenzi - Achille Castaldo - ...

postato da error405 27/09/2004 14:10 | commenti (11)

venerdì, 24 settembre 2004

AVEVA RAGIONE LELLO...
…e continua ad averne anche e soprattutto ora, cogliendo il centro di un bersaglio raro, sempre più raro: fare in modo che la poesia resista, duri più a lungo dell’occasione, dell’ispirazione, dello stile e di tutte le parafernalia della critica, dell’editoria, del discorso metapoetico dei poeti autocentranti, consorziati…
I testi di Fast Blood resistono benissimo a un anno di distanza (cosa credevate, che un anno è breve, poca cosa? Provate a ridirlo…), e restano lì, monito (inascoltato?), grido profetico non urlato ma lacerante, la cui eco ritorna, ma con qualcosa in più, capace di parlarci alla distanza del tempo.
Lello Voce aveva, ha ragione: «Così non va, non va, non va […] / così non dura, non dura, non dura, vi dico che così non dura: qui si muore di fame / e d'obesità si muore di ricchezza e povertà, si muore di solitudine e rumore si muore / in nome di Dio per liberarsi di Dio si muore per il solo gusto di farlo e sentirsi anche / solo per un attimo Dio […] / credetemi vedrete che alla fine della fine / saremo colpevoli nostro malgrado e ci saranno fiumi inutili di sangue e inchiostro mostri / perché così non dura, non dura, non dura» (Lai del ragionare lento).
Innanzitutto, Lello Voce trova un modo, il modo di dare un taglio alle estenuanti discussioni sul senso della poesia oggi, sui lettori che non leggono e sui poeti che troppo scivono (discorsi da poeti, per l’appunto…). Questo suo lavoro è un pugno sul tavolo, è un’irruzione della poesia per le vie brevi, vie che la poesia ha smesso da tempo di seguire. Per Voce la poesia è oralità, desiderio di comunicare con la voce, «strano mix di arcaico e ultra-tecnologico» che il poeta utilizza, senza rifuggirne.
Fast Blood è un CD audio con quattro tracce, quattro testi in forma di rap, anzi, qualcosa di decisamente meglio, grazie anche al jazz che gli fa da sfondo (e in diversi momenti, anche qualcosa in più, grazie ad un personnel di tutto rispetto: Frank Nemola, elettronica; Michael Gross, tromba; Luigi Cinque, sax soprano; Luca Sanzò, viola; Paolo Fresu, tromba). Ma dubito fortemente – qualcosa mi dice – che lo ascolterete nelle radio "commerciali". È un disco da procurarsi (www.lellovoce.it) e da far scivolare nello slot del lettore, da soli, con tutta la pressione sonora possibile senza distorsione, oppure a volume normale, se siete con qualcuno, di soppiatto, per costringerlo a guardare, a guardarsi allo / dentro lo specchio. In questo specchio troviamo la desolazione del nostro tempo e del nostro io: «finché saremo disponibili al peggio del peggio finché tutti noi integralisti adepti del greggio / finché saremo docili all’obbedienza finché gireremo le spalle a chi è rimasto senza / […] / finché saranno liberi di comprare schiavi liberi di mentire liberi d’impedirci di costruire» (Lai del ragionare intenso); «terroristi del marketing nell’onniscienza onnipresente di bugie e stronzate / l’animale calmo che ghigna annota calcola tira le somme chiude i conti dice che vale solo il male» (Lai del ragionare esperto); troviamo la rabbia, ma senza orgoglio (parola che d’ora in poi converrà scrivere sempre in corsivo), semmai il dolore (come in Lai del ragionare caotico – Blacklai, dedicato «a Carlo. Genova 2001»).
Devo ammettere che, personalmente, trovo la volontà comunicativa di Lello Voce distante da ciò che di solito percepisco come agire poetico piuttosto che comunicativo, il cui esito – a volte, ma non sempre, è nella scrittura. Ma è lo stesso Voce a precisare, nella nota "quasi‑teorica" contenuta nel booklet che accompagna il CD, Il poeta paurasaurolophus, che «il poeta che vuole comunicare e vuole farlo attraverso la voce, sfruttando tutte le possibilità offerte dai moderni media e dalle tecnologie, [è] cosciente che oggi la sua voce è, prima di tutto, voce di un testo, che le sue parole sono inevitabilmente anche la pronuncia di segni, il doppio di un altro, e in questa scissione contraddittoria, in quest’eco, egli ripone il suo senso». E con ciò è salva anche la nuova frontiera, se mai c’ n’è una, della poesia.
Allora, avevi ragione tu, Lello, abbiamo bisogno di qualcuno che levi la voce: «se vi parlo ormai non mi parlo, se mi parlo ormai non vi parlo e se ne parlo credetemi / è solo perché le parole sono il ritmo della riscossa insulto autismo acre che dà la scossa / […] se gli parlo ormai non mi parlo, se mi parlo ormai non gli parlo e se ne parlo credimi / è solo perché odio dire io l'avevo detto, perché non c'è scampo e scampo non c'è se l'ho detto» (Lai del ragionare lento). E preghiamo di avere la forza di saper riconoscere qualcuno che ci aspetta, fuori di qui: «ora lentamente smetti d’ascoltare alzati con calma prendi in mano la tua vita e va verso l’uscita / e chi t’aspetta fuori di qui presto lo saprai è l’unico tra molti che senza conoscere riconoscerai».
(Lello Voce, Fast Blood, Absolute Poetry, 2003, distribuz. Self.)
 
 

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 http://www.dissenzoo.com/rubrica02.asp?Idrubrica=4&idarticolo=273

postato da error405 24/09/2004 17:47 | commenti

giovedì, 16 settembre 2004

OfAPast&PresentDay, 2004

postato da error405 16/09/2004 20:36 | commenti (3)

sud
passata la miseria
atavica rimane quella interiore
nascosta pervasiva anzi evidente
a ben guardare strati di calce
sovrapposti archeologie
del bianco e della pietra
soffocate

l’etica del soprammobile
del sacrificio senza sacralità
il dispendio
privazione fine a se stessa
altari al dio denaro santuari dei
legami del (cattivo) sangue
lo spirito non alligna una terra arsa

superato il dominio
dello sbreccato
le architetture del dispregio e dello sconcio
dell’io
campi come giardini ecco
la semplicità l’affetto discreto silenzioso
del dolore del vero
sempre altrove

uscire dalla terra morta





 

™ ™ ™




 

Per. G. O.

inermi sotto forze
che riusciamo appena
a divinare (impostura della medicina)
tu mi dici
attraversa il dolore abbraccia
la sofferenza

ti trasmetto la Via
(che non ho) anzi sei tu
a indicarla – si da cuore a cuore
non guardare il male
avere morte e vita
in egual conto

benedici il mondo
col sorriso





 

™ ™ ™




 

non è l’armonia dell’universo
solo (pur precarie) condizioni favorevoli
notti stellate agosto
abitare in campagna non distanti
dal suono della vita che si dipana
lenta per come può
finestre aperte lenzuola miti

(relativo – innegabile) benessere nessuno
uccide costruisce muri
si aggira nottetempo
niente guerra monsone fame uragano
il patto col divenire
prevede di lasciarlo fare adagiarsi
nelle pieghe
dormire se il sonno arriva
o ascoltare
restare

pagheremo il debito
più in là
non basta aver intravisto
il concatenamento – rinunciato
a capire





 

™ ™ ™




 

In memoria di T. Terzani

e la soluzione come prevedibile
era lì semplice e sotto
gli occhi di tutti evidente
lampante un'alba dopo il buio della notte

essere la nuvola quando
si guarda la nuvola

quasi una vita tutte le vite
a cercarla e prossimi a capire
che si trova quando si smette
di frugare





 

™ ™ ™




 

ciottoli neri e grigi
la lama dorata del sole
fluttua
io sono il suono del mare
non acque profonde
ma rumore di spuma che si sposta
arriva va
e poi ritorna

smetterò di dire io
la prossima volta

estate 2004

postato da error405 16/09/2004 20:15 | commenti