System error. Apofatie, aplografie...

mercoledì, 27 ottobre 2004

Per non dimenticare il colore del sole. E della terra.

Siamo noi a lasciare impronte del nostro passaggio, o sono forse i luoghi a imprimerci, a fare in modo che nella nostra sensibilità si lasci depositare un sedimento, quand'anche solo nel recondito? Spostarsi altrove, a "fremere le ali verso altri luoghi / ignoti", destino comune a molti uomini del sud, a volte fa sì che, la vita, avendogli tolto qualcosa, dia loro qualcos'altro. Di più.
Per uno di quegli strani casi della vita, conosciamo, a diverso titolo e con diverso grado di intensità, tutti i luoghi della vicenda umana e artistica di Franco Santamaria. Riconosciamo quel "richiamo del mare" (e quel mare), questo disincanto, questo registro sommesso e solitario nella musicalità quasi sussurrata dei versi di Santamaria, questa attenzione per le - piccole? - cose. "Portiamo il dolore delle cose minute, / deboli, / di ciò che solo noi possiamo comprendere" (Solo per un attimo).
Ma la poesia di Santamaria, pur procedendo spesso per negazioni, in una pioggia che ricorre, pur in terre arse, non è chiusa in se stessa, e rifiuta - come lo stesso Santamaria afferma in alcuni frammenti di poetica in chiusura del libro, che ci lasciano il desiderio di saperne di più sul suo concetto di "socialità poetica" - l'isolamento nel fantastico e nell'invenzione, preferendo piuttosto immergersi nella condizione umana e della natura, declinate nelle loro gradazioni cromatiche (Santamaria è anche pittore) di aspirazione, tensione, sofferenza, dolore, disperazione e annullamento; è apertura: "alla fame che fruga / fra i rifiuti, / […] / ai gemiti / graffiti nei cunicoli dei ciechi / sistemi" (Amo e canto), rifiuto della "vile indifferenza". E questo anche se il poeta non ha risposte sul perché l'uomo abbia questo bisogno di trasformare la realtà in arma, la parola nel nulla. "Non so spiegarmi la prima / volontà di dare alla pietra un potere distruggente / e alla parola / il tono imperioso / del confine / e della negazione / - essiccando / le radici del giardino" (Profughi).
La poesia è proprio in questa mancata risposta. Il poeta assiste al passaggio di questa volontà di negazione, di questa volontà del nulla, "da dito a dito / da volere a volere, / da forma a forma / imprimendo la fame della terra / e la sete dei fondali". E non riesce a rimanere indifferente di fronte alle "speranze profughe", a uomini di un altro luogo, venuti nel nostro (ma poi davvero?), recando null'altro che questa speranza. Spera anzi - e noi con lui - che essi almeno possano rifondare "il giardino".

(Franco Santamaria, Echi ad incastro, Novi L., Joker, 2004, € 11,50)

http://www.paginazero.info/SOMMARIO/Recensioni/Echi_ad_incastro.htm




postato da error405 27/10/2004 12:31 | commenti

giovedì, 14 ottobre 2004

1-6.X.04

In fondo.
In fondo, tutto è in uno sguardo, nello sguardo. Nel silenzio e nell'incontro. Tra questi due estremi: la ricerca del silenzio, l'approssimarsi al silenzio (che non è, almeno per ora, solo assenza di parola) e il bisogno dell'incontro («la vita, amico, è l'arte dell'incontro», diceva Vinicio de Moraes).
[I]n bilico tra i due, pesantemente attratto dalla suggestione dell'assenza / azzeramento (e in qualche modo, artefice); che molti avvertiranno come paralizzante, ed alla quale presto sfuggiranno, ma che per me è invece ricettività (il vuoto del pensiero orientale...).
[…]

[D]ire, silenziosamente, tutto, è una di quelle cose oltre le quali è difficile andare. Per farlo davvero, non dovrei dir nulla (eccolo lì, il tutto...) […] ...
Ci provo, con risultato inferiore:
tengo l'acqua nelle mani a coppa, e sai come sia difficile, l'acqua gocciola... senza dolore per quella che va via, senza piacere per quella che devo ancora, nuovamente raccogliere; mi piacerebbe essere le mani e l'acqua, ma non mi dispiace non essere né le mani né l'acqua...
[…]
[I]mpegnar[si] nello studio di cose lontanissime, apprendista senza arte (né parte?) nel mestiere di vivere, difficilissimo e pur facile, come amare chi ci è vicino, essere testimoni, muti ([solo a pensarci] un attimo), di questo tempo, chiedersi, in questo tempo, il senso di questa presenza...
Cosa c'entri la poesia in tutto questo non lo so ancora, a parte, stavolta per davvero, approaching silence, l'essere stufo della comunicazione (mi interessa di più la conoscenza – Cfr. Perniola, Contro la comunicazione, Einaudi, 2004), questo avvicinarsi della parola al suo limite del silenzio, persuaso dell'ineffabilità. Mai visto, fatto caso a un giardino giapponese? Forse la poesia è solo nel gesto, nell'attribuzione di senso, che, per quanto condivis(ibile)a, resta un progetto fallimentare.

…e se di ogni cosa scritta ci fosse consentito portarci dietro solo quello che è possibile scrivere su un pezzo di coccio? e se ogni cosa scritta non fosse altro che un sassolino gettato in mare, più in là?









postato da error405 14/10/2004 20:47 | commenti (6)

venerdì, 08 ottobre 2004

Ricorrenze.

 

Um cantihno, Um violão       

Este amor, Uma canção        

P'ra fazer feliz a quem se ama        

  

Muita calma p'ra pensar        

E ter tempo p'ra sonhar        

Da janela vê-se o Corcovado        

O Redentor, que lindo!        

  

Quero a vida sempre assim        

Com vocé perto de mim        

até o apagar da velha chama.        

  

E eu que era triste        

Descrente deste mundo        

Ao encontra você eu conheci        

o que é felicidade, meu amor 

 

A. C. Jobim

 

 

postato da error405 08/10/2004 11:18 | commenti