sabato, 06 novembre 2004
Massimo Sannelli
Massimo Barbaro
CIÒ CHE NON SIAMO
«Ogni volta che vedo, o provoco, o subisco un'incomprensione perdo la voglia di scrivere. Anche digitando su una tastiera la parola deve apparire facilmente; se viene scritta male o troppo a fatica torno indietro: non per ossequio all'ortografia ma perché non è più onesta. Questa è una fobia, forse. Ma la comunicazione è, per me, legata sempre alla pace tra i contraenti; contraenti, più che comunicanti. Che ci sia rispetto tra gli uomini è ovvio, e non si dovrebbe mai parlare di rispetto: il rispetto è doveroso, ché il rispetto si dà anche ai cani».
(Massimo Sannelli, 19.10.2004)
«[…] i poeti; quelli che, agli occhi di chi non è poeta – ma nessuno è poeta – sono incomprensibili: non tanto nei loro testi quanto nel loro essere, sempre, o qualcosa o qualcuno».
(Massimo Sannelli, Prefazione a Elena Borgatti, La diaria del danzatore, L'impronta editrice, Mori, 2004)
Il compasso si muove tra questi due tipi di incomprensione, con la punta centrata su quel «nessuno è poeta».
Il mio discredito per la comunicazione nasce forse anche dalla poca fiducia per la comprensione, per la possibilità della comprensione. E questo sul lato intersoggettivo. Poi c'è il versante sociale della comunicazione, e scendendo più a valle si arriva all'informazione; in queste lande affollate di lupi, non mi avventuro (e però: come far tornare i lupi sulle loro montagne – e far tornare a incontrare gli uomini nell'agorà, ecco una delle dimensioni, oggi, della politica); qui non c'è pace, nessuna par condicio tra contraenti...
Se si intende comunicazione come dialogo, incontro con l'Altro, si va oltre la comunicazione; se essere significa comunicare (Bachtin), se il pensiero opera sul piano interpsicologico prima ancora che su quello intrapsicologico (Vygotskji), allora siamo situati al di là del segno, del mezzo, e del messaggio. O al di qua, forse, e questo per via di una petizione fenomenologica (guardare la realtà).
Quando leggo (e non solo quando leggo...) non mi illudo di comunicare con l'autore; mi porgo, piuttosto, nella dimensione e nell'atteggiamento – oggi raro – dell'ascolto. Cerco di affrancarmi dagli steccati tra l'io e il tu (soggetto e oggetto). Cerco di fruire di un'offerta di senso che mi viene fatta (la logica del dono...), su qualsiasi livello, senza le fisime della critica. Se «nessuno è poeta», ci sono buone possibilità che tutti (magari inconsapevolmente) siano poeti (ma so che su quest'ultimo terreno non ho compagnia...). Cerco di liberarmi dalle catene della com-prensione, che poi, quasi sempre, è ap-prensione, gioco di mani che cercano di stringere sabbia che è destinata – comunque – a sfuggire la presa.
C'è poi un altro livello, e, questo si, afferisce all'onestà: la ricerca dell'autenticità. Io non sono sicuro di averla trovata. La disonestà è – forse... – tutta qui: nel non ancora. E cominciando ad avere qualche serio dubbio che quello che si cerca non esiste se non nel cercarlo, ecco l'aporia: essere falsi in nome della verità.
Essere «sempre, o qualcosa o qualcuno». Appunto.
(Massimo Barbaro, 20-30.10.2004)
«[N]essuno è poeta; e anche la frase “io sono” è imbarazzante, anche quando è unita ad un semplice predicato nominale. Ma è proprio quel predicato, e il predicarsi, il problema (per me, il mio problema): io sono questo, io sono quello. Ogni definizione collegata al verbo essere mi turba. Non ho mai capito perché: non deve essere solo un rifiuto razionale, e la spiegazione sopra non conta. Viene dopo e non prima.
(Massimo Sannelli, 25.10.2004)
«Non voglio più collaborare con la luce né adoperare il gergo della vita. E non dirò più “Io sono” senza arrossire, L'impudenza del fiato, lo scandalo del respiro sono legati all'abuso di un verbo ausiliare...»
(E.M. Cioran, L'homme vermolu, in Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996)
Comincio a non avere più l'età per crederci ancora, ma che coincidenza è mai questa? Già G. Ceronetti, nella prefazione a Squartamento, Adelphi, 1981, invocava per Cioran la dimensione dell'amicizia: «Un metafisico. Ma non distante, non eterico, non enigmatico: un amico». Esce ora per Il notes magico, Padova, In compagnia di Cioran, di Mario Andrea Rigoni, che di Cioran è stato amico ancor prima che traduttore: la sua lettura «sortisce un esito paradossalmente corroborante e, talvolta, perfino rasserenante».
Cosa pretendere di più da un amico? E dagli amici degli amici? Ma forse sono io a voler vedere coincidenze dappertutto. Tout se tient, d'altronde...
(Massimo Barbaro, 30.10.2004)
Gérard d'Houville
Il torrente
Il cuore sembra, libero, il torrente
che scende a valle, puro e veemente,
e ride; tutto il cielo l’accompagna
nella caduta.
Osserva a turno la notte e l’oriente,
alimentato da nevi di sogno,
sotto la schiuma quotidiana sempre
irresistibile,
trasparente per sempre, chiaro e senza
pause e pace: il cuore libero sembra
il torrente selvaggio. Se chi passa
beve o l’azzurro
vi entra, il suo candore lo rigenera,
lavato da sé e dall’alba e dall’ombra,
e spinge la sua forza e la freschezza.
A chi esce solo
da fonti inaccessibili, l’inverno
permette a volte le sue belle corse.
Ma quando Primavera nuova agisce
con ogni sforzo,
questa potenza innocente devasta
le sue gioie: impazzito di tempesta,
solo nella tua pace può calmarsi,
aperta morte.
(Da: Poèmes, 1930;
trad. di Massimo Sannelli)
Paul Eluard
Me souciant
Preoccupato per un cielo devastato,
Per la pioggia che ci bagnerà
Vado pensando alla grande gioia
Che se vorremo ci prenderà.
Il dovere e l’inquietudine
Dividono la mia vita dura.
(È una gran pena
Confessarvelo.)
Si sente l’erba a pieni polmoni.
Su tutto il cielo, in pieno cielo, il volo delle rondini
Ci diverte e ci fa sognare…
Io sogno una speranza tranquilla.
(Da: Le devoir et l’inquiétude, 1917;
trad. di Massimo Barbaro)
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martedì, 02 novembre 2004
Levarsi di torno: la voce delle cose.
[W]as kann als Sein noch setzbar sein, wenn das Weltall, das All der Realität eingeklammert bleibt?
(E. Husserl, Ideen I, 33)
Ci spostiamo tra lo stato delle cose (Sachverhaltnis) e le essenze (Wesen), tra il materiale e le idee. Ma l’unica connessione tra queste due sfere è la nostra capacità di passare dall’una all’altra, e quella di muoverci all’interno di ciascuna di esse. Ma possiamo andare oltre, spostarci da questi due ambiti a un terreno del tutto differente: quello della coscienza assoluta, la coscienza che non va da nessuna parte. In questa regione della «coscienza pura» non è possibile arrivarci con la coscienza: bisogna lasciarsi alle spalle il reale, e abitare quello che rimane. Cosa rimane se il mondo intero, il tutto della realtà, compresi noi stessi, viene escluso?
La voce delle cose.
“Levarsi di torno”. Ascoltare questa voce. Fare silenzio per poterle ascoltare. Quando il poeta si leva di torno, la poesia riappare.
La poesia è nell’assenza. In una tabula rasa, nel vuoto, a partire dal quale forse l’unico tentativo rimastoci è l’attribuzione del senso, l’offerta di senso a chi è capace di creare spazio per l’ascolto, di guardare il volto dell’Altro, di (ri)conoscere questa attribuzione di senso, piuttosto che di com-prenderne (apprensione) il senso. Tra questi due estremi: la ricerca del silenzio, l'approssimarsi al silenzio (che non è, almeno per ora, solo assenza di parola) e il bisogno dell'incontro. L’avvicinarsi della parola al suo limite del silenzio: l'ineffabilità.
Ogni cosa scritta non è altro che un sassolino gettato in mare, più in là.
A certe condizioni, cominciando proprio dall’incapacità – attuale – della parola di essere, di dire verità, è possibile (anzi, forse necessario): essere nel mondo, avere una coscienza estetica, e, al tempo stesso, civile, esercitare la critica della realtà, esprimere una poesia che è dire del corpo, capire, capire anche che non tutto si può capire, protendersi verso l’Altro… L’elenco delle cose che abbiamo in comune è aperto (smettere di occuparsi solo di ciò che divide).
Riportare i fatti nella nostra vita e a fondamento delle nostre opinioni, uscire dal «mondo defattualizzato» (H. Arendt), far parlare le cose, cominciare a chiedere, a pretendere, che siano i fatti, e non le “teorie”, o le menzogne, a orientare le decisioni.
Ascoltare la voce delle cose. Tentare (solo tentare, niente ansie da risultato, con la coscienza dell’inutilità, dell’inanità – f., inanity; uselessness; emptiness) di avvicinare la parola alla verità. Per poi ritornare nel silenzio.
