giovedì, 24 marzo 2005
resilienza oggettive difficoltà
echi d’ombre sparsi
sul davanzale del pianto
luce accesa alle carezze strette
che interrompono i gesti
libellula in un attimo un
battito di ciglia
come amare – Habseligkeiten – povere
amate cose
le proprie carabattole
Augenblick un volo
d’ali
colori
inariditi grumi nella
brina del bosco
sui sentieri che si
intrecciano
mineralità delle parole
questo inganno
inerte
tutte le notti di vento
che grida gli spigoli i contorni
delle cose
e smussa i pensieri
cloud # 5
frenata
le case sul precipizio
foglie gialle accese
su fianchi d’erba autunno
come il gesto
di Cristi e Madonne sulle autostrade
o voi
che andate
VIII-XII. 2004
postato da error405 24/03/2005 20:13 |
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venerdì, 04 marzo 2005
FONDAMENTO, DIVENIRE…
Il tentativo di John Gray[1], che considera la “fede” positivistica nella possibilità di ricostruire “ingegneristicamente” l’umanità come la radice di tutti i fondamentalismi – nazista, stalinista, neoliberista, americano, islamico – e invoca come ‘cura’ una modernità plurale, capace di vivere nel conflitto e nell’incertezza, senza dover progettarne in anticipo il significato, è stato accolto, di recente, con un certo scetticismo[2].
Questo scetticismo porta a non ritenere il fondamentalismo una reazione del terzo Mondo contro l’Occidente, anche se non si arriva a negare che, come avverte Sebastiano Maffettone[3], l’“etnicizzazione e ghettizzazione della povertà” ne favoriscano la diffusione, e che esso sia anche l’effetto di “modernizzazioni mancate”[4] o fallite, e di una crisi di senso della stessa modernità[5].
«Affidare l’interpretazione di questa crisi e di questi fallimenti al postmodernismo e al relativismo culturale significa aderire completamente al progetto fondamentalista, seppure nella sua forma capovolta di una totale assenza di fondamenti, innalzata a principio ideologico fondante dell’impossibilità di valutare e criticare i fanatici del fondamento. Combattere il fondamentalismo non significa restare nell’incertezza ma avere il coraggio di sfidare persino Dio qualora tende a trasformare il mondo nell’arena di scontro di due o più idoli astratti del Bene e del Male, che non hanno più nulla di umano da difendere: “lungi da te il far morire il giusto con l’empio!” grida Abramo al Padre Eterno in procinto di distruggere l’empia Sodoma: “basterebbero dieci vittime innocenti – intende dire Abramo – per trasformare il tuo zelo morale in fondamentalismo”»[6].
A parte la frettolosa liquidazione dell’ipotesi di Gray, il problema del fondamentalismo dello stesso anti-fondazionismo ha un certo spessore. Ma la soluzione del superamento di questa incertezza con la “sfida a Dio” ha davvero qualche possibilità, al di là della bestemmia?
Sul crinale stretto tra ragione e spiritualità, in un equilibrio che è stabile solo se ci si rassegna all’immobilità. «[L]a ragione è meta-religiosa e meta-moderna […]. La storia dimostra chiaramente che la ragione passa da un’illusione a un’altra; è per questo che ho incluso la modernità nel lavoro senza fine di liberazione della ragione umana; anche la “spiritualità”, sempre vantata e presentata come un ricorso ineluttabile, produce delle derive che possono portare all’alienazione dell’animo e dello spirito, qualora non sia in permanente contatto con gli strumenti, le pazienti investigazioni della ragione critica – ragione che ritorna costantemente su se stessa e su tutte le sue costruzioni»[7].
Il problema del divenire…
Severino: il divenire è l’illusione nichilistica dell’Occidente (l’essere è, e permane…).
Buddha: tutto è contingenza, interdipendenza, divenire, ma contingenza «separata da ogni fondamento […], connessione universale che però non si assolutizza […]. Di qui la connessione con il vuoto, sunyata […]. La scoperta della pura contingenza […] non lascia nessuna scappatoia per una trascendenza “proiettata”, è l’accettazione della morte ontologica, l’affermazione della negatività […]. Ma proprio il fatto di avere scoperto l’irrimediabile contingenza, finitezza, mortalità e nullità ultima dell’uomo e del mondo […], e di averne accettata[8]. l’inesorabilità, è la salvezza»
Sgalambro: «L’idea di realtà è […] l’idea di una distruzione continuata […]. La realtà si disgrega, non “diviene”. Non c’è divenire […]. La distruzione è l’essenza nell’esistenza […] Alla domanda: “Perché l’essere e non il niente?” La post-risposta, la risposta a tutte le risposte è: “Affinché non ci sia niente”. Il niente è il risultato. Il niente è il distrutto»[9].
La dissoluzione. Questo è un “poco ma sicuro”… Ma se si tentasse di ripartire dalla materia, la dissoluzione potrebbe apparire, vista da vicino, dal di dentro, continua scomposizione e ricomposizione; poche (in fondo, per quanto da qui appaia) decine di atomi della tavola periodica (carbonio, idrogeno…) che ritornano a riaggregarsi. Non sappiamo se davvero «nulla si crea e nulla si distrugge» (ma ciò porrebbe, lasciandola aperta, la questione dell’inizio…); di certo la dissoluzione è lenta, continua, impercettibile; altrimenti non si spiegherebbero le illusioni e le idee di eternità, di progresso, di futuro, che rendono possibile l’illusione –somma – della vita. La dissoluzione continua al di là della stessa morte, quello che viene visto come il problema del dopo è in realtà un estremo errore di prospettiva: non c’è prima né dopo; se il corpo è «in qualche modo la conoscenza stessa»[10], allora c’è anche un pensiero della materia (“anche le montagne e i ruscelli hanno la natura di Buddha…”); oppure: non c’è alcun pensiero, c’est de même. L’attrazione di Cioran per il regno minerale riceve nuova luce.
Di qui al pensare la «permanenza dell’impermanenza»[11], al guardare alla morte con dolcezza («“Siete gli stessi fiori che sono morti per il gelo, o siete altri fiori?” I boccioli mi risposero: “Thay, non siamo gli stessi e non siamo gli altri. Quando le condizioni sono sufficienti ci manifestiamo, quando le condizioni non sono sufficienti torniamo a nasconderci. È così semplice!”»[12]) c’è davvero così tanta distanza?
C’è divenire, allora, proprio perché divenire non c’è. Non c’è fondamento proprio perché il fondamento è il gioco di essere e non-essere, che, come tutti i giochi, perde la sua innocenza e diventa pericoloso se si pretende di ignorare l’uno e ci si lascia accecare solo dall’altro, e viceversa. Nefandezze dell’essere, nefandezze del nulla. Come ci ha ammonito Lévinas: non il «conatus essendi» (Spinoza), non volontà, potenza (Nieztsche), non storicismo implacabile (Hegel), né Dasein come Sein zum Todt (Heidegger)[13].
Essere e non essere forse sono polarità. Come quelle delle particelle subatomiche; il vuoto e la forza che consente la solidità, tensione e dis-tensione di opposti.
Contingenza, senza né prima né dopo, senza oltre.
Senza fondamento.
[1] John Gray, Al Qaeda e il significato della modernità, Roma, Fazi, 2004.
[2] Raffaella Di Castro, “Quanto è moderno questo fondamentalismo”, in Reset, n. 86, nov.-dic. 2004, p. 79.
[3] “La fragile trama della ragione pubblica”, in Filosofia e Questioni Pubbliche, 2001.
[4] Bernard Lewis, Le crisi dell’Islam, Milano, Mondadori, 2004.
[5] Bassan Tibi, Il fondamentalismo religioso, Torino, Bollati Boringhieri, 1997.
[6] Raffaella Di Castro, cit..
[7] Mohammed Arkoum, in Jean Daniel, “Intervista a Mohammed Arkoum”, Le Nouvel Observateur; in “Se studiassimo di più i lumi dell’Islam”, Reset, n. 86, nov.-dic. 2004, p. 84
[8] Raimon Panikkar, Il silenzio di Dio, Roma, Borla, 1992, pp. 106-7, a proposito della pratytyasamutpada; corsivi miei.
[9] Manlio Sgalambro, Trattato dell’età, Milano, Adelphi, 1999, pp. 10-14.
[10] Sgalambro, cit., p. 9.
[11] R. Panikkar, cit., p. 105.
[12] Thich Nhat Hahn, “La vera libertà”, in Dharma, n. 12, dic. 2002, pp. 25-6.
[13] Cfr.: Shmuel Wygoda, A phenomenological outlook at the Talmud: Lévinas as reader of the Talmud, http://ghansel.free.fr/wygoda.html.
postato da error405 04/03/2005 19:08 |
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