martedì, 25 luglio 2006
Come la maggior parte dei poeti cinesi contemporanei, Zhai Yongming ha vissuto il periodo della rivoluzione culturale (1966-1976). Per due anni, da adolescente, Zhai è stata allontanata da Chengdu, la città in cui era nata, nella provincia di Sichuan, per andare a “imparare dai contadini”, facendo lavori manuali in campagna.
Tornata in città nel 1976, si è dedicata alla poesia e ha studiato al Dipartimento di Tecnologia Laser all’Istituto Chengdu per le Telecomunicazioni e l’Ingegneria, laureandosi nel 1981.
Dal 1998, Zhai gestisce un bar, sempre nella città di Chengdu. Non si tratta di un vero e proprio bar, nel senso comune, ma di un ibrido tra un café, una tea house e una libreria: un book bar, dal nome White Nights.
Zhai Yongming ha pubblicato:
Nüren (Donna), poesie, 1988
Zai yiqie meigui zhi shang (Su tutte le rose), poesie, 1989.
Zhai Yongming shiji (Poesie scelte), 1994.
Cheng zhi wei yiqie (Chiamalo tutto), poesie, 1996.
Heiye li de su ge (Semplici canzoni di notte), poesie, 1997.
Dice Zhai Yongming:
La poesia è un eterno desiderio di parole inconoscibili e oggetti inaccessibili.
Scrivere poesia è un processo che implica l’attesa che un miracolo si compia. L’istante in cui ci sforziamo tanto per avvicinarci è l’istante in cui ci abbandoniamo alla volontà del Cielo.
La poesia sarà sempre una forma di ricerca: trascendendo il linguaggio, l’intelletto, la bellezza e anche la morte, essa appende i suoi punti interrogativi sull’orlo del tempo.
Un poeta concentra tutte le sue passioni su un sentimento per la scrittura [wenzi qing]. E scopre cose della massima importanza in caratteri e parole investite di significati ordinari. Il sorgere e cadere dei caratteri fornisce assistenza ai giochi segreti che il poeta gioca nel suo cuore dei cuori, e lo aiuta a farne discendere i ritmi intriganti dell’ineffabile[1]».
È il caso di avvertire il lettore occidentale – per altri versi già abbastanza spinto ermeneuticamente fuori strada per quanto riguarda le cose cinesi – che in cinese mente si dice jin, cuore, il posto che i cinesi toccano quando noi, invece, tocchiamo la tempia; e che i caratteri, le parole della lingua ideografica cinese, esprimono contemporaneamente sostantivi e verbi (l’essere e il divenire; un pensiero differente…)[2]. Quello che più intriga, in Zhai, è questo riferimento all’ineffabilità…
Il silenzio e la poesia come atto della vita non linguistico richiedono forza, impegno, e occasioni. Esigenze cui è difficile far fronte. La poesia del silenzio – il silenzio della poesia, richiedono una vita poetica (forse anche: una vita tout court), una spinta ulteriore, un sovrappiù rispetto alla distinzione harendtiana di vita activa / vita contemplativa.
Non c’è silenzio, non c’è (più?) poesia nella dimensione activa, ambito sovrano della passività, dell’alienazione e dell’inefficacia, che pone di fronte ad un bivio quei pochi coraggiosi, che si inoltrano così lontano, con due piedi in una scarpa, in questa dimensione liminale: suicidio della parola o separazione estrema del significante dal suo significato. La poesia è un luogo dove la parola risuona, in cui la parola è (ri)collocata e si libera dalla necessità di (ri)suonare. La parola riposta. Ma dove?
Non sono capace di parlare. Sguardo che si posa sulle cose, che abbraccia con stanchezza la distanza tra le cose. Pensiero interstiziale.
Se la Harendt ammetteva la vita activa in funzione strettamente necessaria a quella contemplativa, io mi chiedo quale attività sia, oggi, possibile. La poesia è nell’azione che abbandona la ricerca della verità nel logos, e si apre alla verità ricevuta, offerta in dono, riscoperta, nella quale la parola (il significante affrancato dal significato) risuona. Azione non come atto terminale (tecnico o morale) eseguito dal corpo sotto la spinta che la ragione esercita sulla volontà; ma azione che attraverso il corpo provoca la volontà ed illumina la ragione. Azione simbolica, e non strumentale. Ma quale activitas tollera la riduzione al minimo, se non l’annientamento, della strumentalità? Cosa fare?
Certamente Zhai Yongming non aveva in mente queste domande quando ha deciso di aprire il suo locale[3], ma questa scelta è causa di amichevole simpateticità. Queste domande non hanno, per ora, risposta. Il poeta ascolta. Senza questa ricettività, non siamo in grado di accogliere alcun dono, se mai ci sarà offerto. C’è però qualcosa che lo è già: un raggio di sole, un’inclinazione particolare della luce che getta una certa chiarezza sulle cose. Il loro «sorgere e cadere». Un ciottolo, un filo d’erba; una tazza di tè…
(Legenda: “poesia” / “silenzio” sono qui intesi fungibili con “autenticità”, parente (prossima o lontana che sia) della verità. “Poesia” non induca nell’errore di considerare il termine come “letterario”; “silenzio” non induca nell’errore di considerarlo “filosofico”. Piuttosto, chiedersi quale contiguità tra “poesia” e “contemplazione”…).
Zhai Yongming
Il suo punto di vista
lei sposta il suo punto di vista da un’estremità del letto
all’altra per guardare come il tuo corpo
si sbarazza di
abiti cellulare scarpe
e poi ci sono le tue dita
sottili esplicite
come ascoltassero ancora una volta
quello scontro di pelvi e giorno
ognuno è neutralizzato
ognuno ha perso la salute
ognuno è esposto al di fuori del proprio corpo
destinato a una tana di dolore
anche indossando un’armatura i tuoi punti di agopuntura
non potrebbero essere individuati adesso
ogni centimetro della tua pelle potrebbe finalmente
impigrirsi offerta al tocco
e per questo lei sarà felice per un po’
spegni la luce l’orgasmo dell’evoluzione dice molto spesso:
ciò che sei pronto a offrire stanotte
non è molto importante per lei
(i loro figli saranno testimoni
dell’intero processo di nascita:
fluido amniotico sangue bambino
alla carica nella baraonda
nessuna goccia di sperma rimasta
nessun centimetro di stanza rimasto per il riposo)
Traduzione di Massimo Barbaro (sulla versione inglese di Simon Patton; da: http://china.poetryinternational.org/cwolk/view/24372)
Feriti lievi
ecco i feriti lievi
garza bianca come le loro facce
le loro ferite ricucite di netto più della guerra
eccoli arrivano
portandosi le cose che amano
parti che non sono morte
si tolgono di dosso le uniformi si lavano
usano assegni carte di credito
la città ferita grave ribolle
il suo battito la sua temperatura sale e scende
più rapida della guerra
più lenta del terrore
la città ferita grave
distribuisce protesi e bende
adesso sanguina una secrezione verde
dà un onnipotente potere di pietra
uno dei feriti lievi alza la testa
per uno sguardo a quelle costruzioni estetiche
seimila bombe precipitano giù
lasciano un deposito di armi in fiamme
seimila bombe bruciano
come seimila occhi feriti gravi
che illuminano furiosamente le facce
di migliaia di donne con i loro mariti
di uomini con mogli di donne e uomini non sposati
zolfo asfalto coprono i loro corpi
ai loro piedi, ossa aggrovigliate rigide
una mappa ferita grave nella mano
il ferito lieve d’ora in poi
va da solo in cerca di quei
nuovi edifici a forma di vascello
forme sottili, leggere appuntite
il collo di questa città
ora si allunga aguzzo:
facile da fare a fette
e tenere alla larga un bel po’ di tagli
Traduzione di Massimo Barbaro (sulla versione inglese di Simon Patton, da: http://china.poetryinternational.org/cwolk/view/24371)
[1] Zhai Yongming, Waiting for a Miracle to Happen, http://china.poetryinternational.org/cwolk/view/24495.
[2] «Leggendo il cinese non stiamo ad agitare bussolotti mentali, ma osserviamo cose evolvere il proprio fato». Ernest Fenollosa, L’ideogramma cinese come mezzo di poesia, una ars poetica, Libri Scheiwiller, Milano 1987, pp. 19-29.
[3] Neanch’io, per la verità, vent’anni fa, quando ebbi un’idea simile. In materia di velleità poco convinte, chiamo a testimoniare Luigi Chirizzi…
