System error. Apofatie, aplografie...

giovedì, 24 gennaio 2008

LA COSTRUZIONE DEL FREDDO


Si può fuggire «da quell’isola dove [è] sceso l’inverno»? Probabilmente no, e probabilmente non c'è neanche «[...] un disegno nell’aria accumulata / dove la vita in segreto reinventa un ingenuo / filosofare tepori / di parole e lingua brividi / di una finzione autentica». Eppure la vita si ripara dal freddo, fosse solo tepore filosofico, finzione rabbrividente, di lingua e parola.

E non è solo questione di antinomia tra artificio e natura, tra gelo dell’omologia sociale e gelo della morte, come opportunamente nota Marco Ercolani in prefazione a La costruzione del freddo, che Lucetta Frisa ripubblica ora in e-book, forma editoriale nella quale abbiamo creduto ante litteram. Lucetta avrà notato, a distanza di quasi vent’anni dalla prima edizione, che il gelo – dimensione esterna del distacco, della chiusura – progredisce, solidifica, espandendo domini di rigidità in ambiti che non avremmo mai pensato vulnerabili. Che il calore della parola, anche quella poetica, si è inaridito. Non basta più la ricerca, nel sé, delle temperature dei contrasti emotivi, dell’energia dei sentimenti.

Era Pessoa, se non sbaglio, a indicare la direzione: fare come i gatti, prendersi il minimo calore di sole, dove c'è, anche nel freddo più intenso. Esteriorità, alterità. La parola poetica, finzione altamente autentica, autentica perché finta (artificio), esce dal sé, artificio estatico, in cerca di calore.

E al culmine, tace.
 
 
parola
 
dialoga in tutte le lingue
fai finta di commuoverti.
Taci ai culmini
– né balbettìo né libro –
rifletti i riflessi e gli specchi
ancora si scioglieranno.

(Lucetta Frisa, La costruzione del freddo, Salerno-Roma, Edizioni Rispostes, 1990, ora in e-book, Feaci Edizioni, 2008)

postato da error405 24/01/2008 13:18 | commenti (2)

martedì, 15 gennaio 2008

PIETRE MILIARI


Nel luglio dell’anno appena trascorso, per la prima volta nella storia dell’umanità, la popolazione urbana ha superato quella rurale. Il raccolto agricolo dello scorso anno è stato il migliore della storia, ma nonostante la straordinaria offerta, i prezzi degli alimenti non sono diminuiti, e, pur senza raggiungere i picchi della metà degli anni ’70, hanno continuato ad aumentare, a causa della domanda come alimenti zootecnici dalla Cina e come biocarburanti dagli U.S.A., e contro la tendenza alla diminuzione del prezzo dovuta all’aumento dell’offerta che ci insegnavano sin dalle prime lezioni di Economia (quotazione del grano alla Borsa merci di Chicago: 400$/ton).

Nei giorni scorsi il petrolio ha raggiunto i 100$/barile (quota «psicologica», ma non poi tanto; è bene dirlo per tempo: ho sentito personalmente analisti parlare di quota 150, tranquillamente…). Anche l’oro è ai massimi.

Come se il volgere del millennio arrivasse ora – e d’altronde lo diceva bene Marc Bloch, le datazioni storiche non fanno mai conto pari – solo che nessuno presta più attenzione alle pietre miliari (non ne esistono più…), agli eventi simbolici. Tranne i pochi nelle stanze che contano, a pianificarci sopra, intenti a fabbricarne di fasulli.

postato da error405 15/01/2008 13:14 | commenti

giovedì, 10 gennaio 2008




FreshN.jpg, 2006

postato da error405 10/01/2008 12:06 | commenti

mercoledì, 09 gennaio 2008

IPERCONSUMO: UN'USCITA "DALL'ALTO"?


«[È] nata una nuova modernità e coincide con la “civiltà del desiderio”». «[L]a vita al presente ha sostituito le aspettative del futuro storico e l’edonismo gli attivismi politici »; «la qualità della vita è diventata una passione di massa»; «il capitalismo dei consumi è subentrato alle economie di produzione»; ecco allora che nasce «una specie di turbo-consumatore non allineato, mobile, flessibile, ormai pienamente affrancato dalle vecchie culture di classe»; «si è passati da un consumatore assoggettato alle costrizioni sociali dello standing all’iperconsumatore a caccia di esperienze emotive». In questo mondo consumistico e iper-individualista, «ciascuno può costruire à la carte la gestione del tempo, rimodellare il suo aspetto, ridisegnare il suo stile di vita»; «non illudiamoci: né le proteste degli ambientalisti, né i nuovi stili di consumo più sobrio saranno sufficienti a far deragliare il TGV del consumismo, a contrastare la valanga dei nuovi prodotti dal ciclo di vita sempre più breve. Siamo solo all’inizio della società di iperconsumo». Se ci sarà un’uscita da questa società, dovremmo pensare a «un’uscita dall’alto e non dal basso, più attraverso l’ipermaterialismo che il postmaterialismo»; «il tempo delle rivoluzioni politiche si è compiuto». (Gilles Lipovetsky, Una felicità paradossale. Sulla società dell’iperconsumo, Raffaello Cortina, 2007, pp. 368, euro 26).

«Lipovetsky propone dunque di non ricorrere a un atteggiamento di demonizzazione del consumo, perché un sistema paradossale come quello consumistico odierno non minimamente intaccato dallo spirito critico. Esso ha al contrario un bisogno quasi vitale di disporre di uno spirito di questo tipo per potersi contrapporre ad esso: non può cioè funzionare al meglio se non incontra resistenze e limiti. È opportuno allora, secondo Lipovetsky, sviluppare strumenti che consentano alle persone di orientarsi verso nuovi valori e verso obiettivi di realizzazione personale, seppure sempre all’interno di un quadro sociale imperniato sui consumi. Perché per lo studioso francese il mondo occidentale dovrà necessariamente correggere le sue attuali distorsioni permettendo agli individui di trovare una identità che sia in grado di conciliare dimensioni psicologiche legate al consumo con dimensioni dotate di un più profondo spessore culturale» (Vanni Codeluppi, “Edonisti frustrati alla ricerca di sé”, il manifesto, 9 gennaio 2008, p. 12).

Sarà, ma che amara, la resa. Né la microconflittualità su base territoriale locale mi sembra tanto una via d’uscita… Teniamoci stretto che «il consumatore è un lavoratore che non sa di lavorare» (Jean Baudrillard). Eppure, come diceva il compianto (da pochi, ahimé) André Gorz, bisogna imparare a discernere le possibilità non realizzate che sonnecchiano nelle pieghe del presente, osare l’Esodo, ben cosapevoli di non poter mai cambiare le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, forse bisogna costruire qualcosa tale da rendere obsoleta la realtà, e qui forse torna utile la strategia non oppositiva di Lipovetsky. Ma con la coscienza, amara anch'essa, che è tardi perché la cosa possa ormai riguardare la nostra esistenza, e combattuti tra il senso di abbandono e la resistenza ormai disinteressata.

postato da error405 09/01/2008 13:54 | commenti