System error. Apofatie, aplografie...

lunedì, 21 luglio 2008

SPETTROSCOPIE DELL'OLTREMARE

La tecnica dell'affresco è piuttosto difficile; i colori vanno stesi rapidamente, prima che la calce secchi, e senza commettere errori che non si possono poi correggere. […] Il range di colori utilizzabili è ristretto a quelli che possono resistere all'azione caustica della calce viva, un composto fortemente basico. Tra quelli utilizzati in antichità, si possono citare i neri a base carboniosa, le ocre rosse e gialle, le terre verdi, marroni e d'ombra, il bianco di San Giovanni e lo smalto. Altri colori possono essere usati a secco, ma sono poco durevoli: tra di essi venivano utilizzati il blu oltremare, l'azzurite, la malachite.
[…] Il sorgere di civiltà nell'area mediterranea (Egitto, Creta, Mesopotamia e in seguito Grecia e Roma) creò le basi per la scoperta di tutti gli altri colori e di tinte più brillanti rispetto alle ocre.
Così dal mondo minerale arrivarono nuovi pigmenti […], i blu (Blu Oltremare, Na8-10Al6Si6O24S2-4; Blu Egiziano, CaCuSi4O10, Azzurrite - 2CuCO3·Cu(OH)2). Tra i pigmenti antichi, sicuramente tra i più nobili sono da considerarsi Cinabro e Blu Oltremare: la loro presenza era sempre indice di ricchezza.
[…] Il Lapislazzuli o  Blu Oltremare naturale, ha attraversato tutta la storia dell'arte fino al XVIII secolo, per essere poi sostituito a partire dal 1828 dalla sua versione sintetica nota come Oltremare artificiale. Esempi dell'uso di Blu Oltremare vanno da oggetti preziosi presso gli Egizi ai manoscritti illuminati medioevali agli impressionisti (Monet, Pissarro, Renoir). Il suo impiego in opere pittoriche è indice di alto tenore di vita da parte dell'utilizzatore o del committente. Nel tardo Medioevo era riservato al manto della Vergine, e il suo utilizzo era descritto a parte nel contratto firmato dal pittore.

(Maurizio Aceto, Chimica Analitica per i Beni Culturali, Dispensa del Corso di Laurea in Studio e Gestione dei Beni Culturali, Università del Piemonte Orientale, Facoltà di Scienze M.F.N., Sede di Alessandria, s.i.d.)

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127610 Azzurro
127637 Viola Blu
127641 Blu di Delft
127643 Cobalto Scuro
127647 Celeste
127651 Blu Prussia
127652 Blu Ftalico Scuro
127653 Blu Pavone
127654 Turchese
127656 Verde Azzurro
127657 Indaco Scuro
127620 Oltremare

(Dal listino Faber-Castell, Acquerello stick)
 


L’assoluto è nel relativo.

La consapevolezza è il passato che si ripiega sul presente, e poi il futuro che si ripiega, ancora, sul passato e sul presente, ripiegati. Il mio presente è spesso, pesa di passato, ed è leggero di futuro, in quello che sono il peso di ciò che sono stato si alleggerisce.
E guardo queste nuvole sospese, passare sul canto del mare, a picco lì sotto, l’ultima luce. E questo bacio.


 
Ogni sera chiuso sul chiaro
orto delle pagine
colgo i frutti del giorno

Valerio Magrelli, Ora serrata retinae, 1980



io invece cerco
tra rinfuse di parole
e ne trovo
che mi dicono

pescare carte nel mazzo
e non vedere
significato       alcuno


 
mare       tempo di bilanci
sempre differiti
cesura della vita invalicata
e corpi sempre nelle statiche
dell’abbandono

occhi si aprono nell’acqua
senza vedere
confini dell’azzurro delle lacrime

provvista dell’aperto di sole
del distacco necessario di propositi
messi accanto
alla distanza massima dell’orizzonte
sempre riempiendo il cuore della geografia
mobile delle nuvole


 
anche stare ore davanti
a una pagina bianca non sarebbe male
– cosa fai? – scrivo –
sempre opponibile e all’incalzare
– ma quanto hai scritto? – niente –
è pur sempre una risposta
che si bagna nel vero
scrivere niente       non male
neanche questo anche questo
è scrivere pur sempre


 
Dovrebbero ormai esserci pochi dubbi sul fatto che l’eros sia costituito in misura preponderante di spirito.
Ma è un gioiello riposto in cattive mani. Affidato alla fisicità non va oltre, raggiunge il punto massimo, usa la materia al limite delle sue possibilità. Il che non è scontato, e si sente ogni volta che è una fortuna. Ma raggiunto il limite, il corporeo si arresta – anche se non di colpo, e anche questa è una fortuna – non lasciando altro all’eros che un guardare oltre. Questo è dello spirito: stare oltre, oltre dove si sta, senza per questo negare quello stare. Lo stare è la componente fisica dell’eros; lo stare oltre, quella spirituale. Stabilirne la misura è oltre modo difficile (meglio, come sempre, accettare la sommatoria di tutte le possibilità). Ancora peggio, tentare di spiegarne la loro convivenza.

Ma lo spirito è, probabilmente (e, ovviamente, è stato), molte altre cose. La fisicità è il punto iniziale dell’eros, la spiritualità ne sarebbe il punto terminale, del quale però non si vede l’estremità. Solo l’estremo, nella spiritualità, è visibile, ma in rare occasioni; se ne vedono solo le emergenze. Ad esempio nell’estasi, che tuttavia molto conserva della fisicità.
L’eros è la prima forma di contatto con la spiritualità, la sua prima scoperta per il tramite dell’esperienza. Altrimenti, non resta che pertinenza della filosofia (altro discorso per la religione, che ne fa terreno per l’esercizio del potere o, nelle sue rare forme più elevate, spazio per il superamento del terreno).
Ma sorge pesantemente il dubbio se davvero lo spirito, nel suo procedere, si allontani dalla materia. Se lo spirito è inconseguibile, è perché lo si ricerca altrove, lontano dalla materia. Che in fondo è l’unica a toccare lo spirito, a contenerlo, a rinchiuderlo al suo interno, come costituente della fisicità. Visti dall’interno della fisicità, spirito e materia sono coestensivi, e non è più questione di proporzioni, né di punti iniziali e terminali.
Se la materia è spirito, se si guarda allo spirito nella materia, l’eros, solo allora, smette di guardare oltre, smette di guardare. Lo spirito smette allora di stare oltre, e sta dove sta.



L’Uno nel Tutto. Il Tutto nell’Uno. Io non riuscirò mai a farlo. O forse si. Nella mia morte, l’Uno (io) si dissolverà nel Tutto degli atomi che fanno il mio corpo e che, dal quel momento in poi, si dissolveranno in qualcosa d’altro. Ma come fa il Tutto a entrare nell’Uno?
Lo spirito non esiste. Esiste solo il fiato. Questo fiato. Questa voce che esce e muove appena l’aria. Questa voce muta. Aria spinta dal corpo. Nella morte, questo fiato si ferma. Smette il suo dire.
Allora, nel silenzio che si crea, il Tutto entra nell’Uno. Che non è più. Proprio nel momento in cui smette di essere.

In silenzio, aspettare la morte.
Nella morte, nel punto di contatto tra essere e non-essere, l’unione (erotica) del corporeo e dello spirituale. (E l’eros smette finalmente l’inganno del suo asservimento alla vita). Nella morte – oltre la morte, al di qua della morte – l’Uno nel Tutto, il Tutto nell’Uno.


 
questa mia vita
un affresco
che non asciuga mai


[Inedito, luglio 2008]

postato da error405 21/07/2008 17:39 | commenti

venerdì, 11 luglio 2008

SE LA TERRA SI METTE A CANTARE...

Di come non si dovrebbe dar colpi sotto la cintura. Ho recentemente ascoltato Il canto della terra, di Andrea Bocelli (Vivere, 2007). La cosa si presta bene a una discussione sull’uso del sentimento in musica e in poesia.

Il testo comincia sottotono, con considerazioni spicciole da innamorati, il tempo, il tempo che non basta mai, eccetera.
 
Si lo so
Amore che io e te
Forse stiamo insieme
Solo qualche istante
 

Poi, subito, a tradimento, arriva una gemma da qualche decina di carati, buttata lì, tra ciottoli e foglie secche, come un tappo di bottiglia…
 
Zitti stiamo
Ad ascoltare
Il cielo
Alla finestra
 

Così, almeno, il testo sui repertori in Rete. Avrei preferito, metricamente, «Zitti / stiamo ad ascoltare / il cielo alla finestra», a voler ricalcare il peso del silenzio; oppure «Zitti stiamo ad ascoltare / il cielo alla finestra», perché poi, in fondo, il silenzio non è quasi mai disgiunto e distinguibile dall’ascolto. E d’altra parte, cantate, le frasi non sono affatto slegate, non danno alcuna impressione di frammentarietà.

Ascoltare il cielo zitti. Un cielo alla finestra. Riquadrato. Limitato. Dalla finestra, ci si può sporgere, nonostante tutto – Ne pas se pencher au dehors, si leggeva una volta su una targhetta applicata ai finestrini dei treni – ma il cielo è sempre, inesorabilmente, una parte di cielo.

Ascoltandolo – zitti – tuttavia, il cielo rivela le sue parti nascoste.
 
Questo mondo che
Si sveglia e la notte è
Già così lontana
Già lontana
 

Fin qui canta la Brightman, bella, grandi occhioni azzurri, con una melodia e un incedere della voce che ricorda inspiegabilmente l’Oriente. Un Oriente un po’ pucciniano, qualcuno direbbe. Ma l’Oriente, in Toscana, non può che suonare così. Sarah Brightman piega il calore della sua voce e lo torce per infilarlo nelle pieghe e nelle angolosità della lingua italiana. Un esotismo all’incontrario…

Poi entra lui, possente come al solito, come se l’alba, mai evocata, ma qui al suo momento, arrivasse di botto, come arriva di botto il calore del sole sulla faccia, come il gesto del toccare. Una manata. Un pugno nello stomaco.
 
Guarda questa terra che
Che gira insieme a noi
Anche quando è buio
Guarda questa terra che
Che gira anche per noi
A darci un po’ di sole, sole, sole
 

Terra. Sole. Tutto si è consumato in troppo breve tempo. Non funziona così, l’alba. Ma il testo, a suo modo, si: dalla notte appena consumata siamo precipitati in piena solarità del giorno. Sarah è la notte, Andrea il giorno. Luce che cade sulle cose della terra. E terra bisognosa di calore.

Pugno nello stomaco. Sotto la cintura, dicevo; in realtà, allo stomaco nella boxe è permesso. In musica dovrebbe essere invece vietato.

La terra. Bocelli è un chiaro esempio di terra nel sangue. Per chi ha sinora sempre guardato alla terra come a qualcosa da cui ci si allontana, per chi ha sempre pensato alle terre, piuttosto che alla terra, l’effetto è straniante. Terre diverse. Si, la terra è una, ma l’uomo, dal suo primo passo calcato, ha cominciato a dividerla, a misurarla. A farne abuso sin da subito. I piedi restano sempre sulla terra (stare coi piedi per terra…), ma dalla terra si può anche guardare il mare. E lo sguardo va oltre la terra. Eterotopia, già. Il Canto della terra di Bocelli fa sentire invece la terra risalire e mettere radici nelle vene, per il semplice fatto di poggiare i piedi per terra. E fa avanzare il dubbio se, in questa terra che può essere capace di fermare l’oltre, non sia il caso di fermarsi. Di fermare l’allontanarsi dalla terra. Di ritornare alla terra, e farlo per tempo, prima di esserne costretti – individualmente o collettivamente – com’è poi naturale che sia. Di tornare a sentirsi, una buona volta, figli della terra.

Forse qui non si tratta, allora, solo della questione dell’uso del sentimento. Uno studio condotto dal Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences ha recentemente evidenziato rilevanti differenze nella percezione della musica eseguita elettronicamente, e la stessa musica suonata da esecutori umani. Lo studio, condotto dal dottor Stefan Koelsch e colleghi, ha tratto le conclusioni dall’esecuzione e dall’analisi di una serie di brani del repertorio classico. Durante l’ascolto, sono stati registrati i segnali provenienti dal cervello e i valori di conduttività elettrica della pelle riscontrati su venti diversi soggetti, che hanno reagito, ad esempio, ad accordi inattesi o cambi di tonalità, il che per i ricercatori ha indicato che i cervelli stavano recependo la “grammatica musicale”.

Durante l’esecuzione dei pezzi eseguiti da musicisti “umani”, i segnali dei cervelli sono risultati più intensi e definiti: «È stato interessante per noi rilevare che le reazioni emozionali agli accordi inattesi erano molto più forti quando venivano eseguiti con espressione musicale. Ciò dimostra come i musicisti possano amplificare il responso emozionale su determinati accordi, proprio grazie alle loro performance, e spiega come il nostro cervello reagisce alle performance di altri individui», ha spiegato Koelsch (http://www.physorg.com). All’ascolto dei musicisti il cervello è più ricettivo nella ricerca del significato musicale. Le risposte a un’esecuzione interpretata con espressione sono quindi molto più significative, ed emozionali.

Ecco allora che la questione del sentimento assume una diversa dimensione. Per quanto riguarda il sentimento, che è il lato oggettivo e cognitivo della percezione, ognuno è responsabile del proprio.  E l’esecutore (o l’autore) non è da ritenersi responsabile di ciò che provoca. Dell’espressione, invece, si, ma qui siamo al di fuori dell’ambito della responsabilità, e più nel territorio dell’interpretazione. Nella terra dell’arte, appunto. Senza nulla ovviamente togliere alla pari (se non maggiore) legittimità all’arte inespressa, questo è anche il motivo della persistente validità della musica “colta”; la classicità della composizione è sempre separabile dall’interpretazione, e l’interprete ha lo spazio per dimostrare la sua forza.
 

È quello che fa Bocelli. Dimostrazione di pura forza. Ma anche, a volte, come in questa, di forza pura. E inoltre, come del resto la stessa Brighton, dopo aver scompigliato generi e classificazioni, essendo riuscito a creare, quasi nel nulla, uno spazio per quella sua voce, in territori di frontiera, in quello che si esiterebbe ancora a definire classico-pop…

Con la mano premuta sullo stomaco dolorante, si ritorna volentieri all’ascolto del jazz, della musica contemporanea, e perfino della “fredda” elettronica. Ci manca solo che la terra si metta a cantare…

postato da error405 11/07/2008 17:33 | commenti

giovedì, 03 luglio 2008

tra le modificazioni dello splancnocranio degne di nota quelle relative al I e al II arco viscerale l'osso io-mandibolare la porzione dorsale dell'arco iodeo II arco viscerale nei Pesci partecipa alla sospensione io-stilica nei Tetrapodi dagli Anfibi in poi si trasforma nel primo dei tre ossicini dell'orecchio medio ovvero la staffa o columella il I arco viscerale arco orale mantiene la sua funzione di sostegno dell'apertura buccale negli Osteitti e in tutti i Tetrapodi ad eccezione dei Mammiferi l'articolare e il quadrato ossa di sostituzione del I arco viscerale permettono l'articolazione tra la mascella e mandibola nei Mammiferi l'articolazione maxillo-mandibolare si forma ex novo fra il dentale e la porzione squamosa del temporale l'articolare ed il quadrato si trasformano       rispettivamente
nel martello e nell'incudine



nel chiuso della nostra stanza
in realtà
il tempo non dovrebbe rompersi
come un orologio
qualsiasi?



e lentamente       eterna labile
serenità       di cui vorrei far dono
la mano va a cercare
la traccia del calore il segno
nel letto
appena ti sei alzata


(Inediti, 2008)


Per:
Poesia A Strappo: Relazione
Terzolas (TN), 26-27 luglio 2008
Info: Circolo Poetico Correnti - www.correnti.org - Tel.: 338 6200033

postato da error405 03/07/2008 19:33 | commenti